Clicca sull'immagine per vedere l'articolo apparso il 2 ottobre 2009 sul settimanale Il Mondo

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 Circa 800mila euro l’anno.  Secondo i calcoli del Comune di Milano è la cifra che potrebbero risparmiare le casse di Palazzo Marino con l’adozione di lettori e-book per due attività ad alta densità di stampa, ovvero la rassegna dei quotidiani e la verbalizzazione di riunioni interne. La sperimentazione e’ già partita: da qualche settimana  in alcuni uffici  ed assessorati si leggono i ritagli dei giornali e si stilano i verbali  delle riunioni scrivendo a mano sullo schermo del libro elettronico.

A fornire l’hardware e le applicazioni  è Simplicissimus Book Farm, società  fondata da Antonio Tombolini, pioniere dell’e-book in Italia e fautore del progetto Paperless Democracy, che punta ad eliminare la carta dagli uffici pubblici. “Chiedere ai dipendenti  di limitare l’uso delle stampanti non basta. Quando si deve consultare un atto di 100 pagine, la lettura sullo schermo del pc è tutt’altro che agevole e di norma si procede alla stampa” spiega Tombolini. “Gli e-book reader offrono una soluzione a questo problema, perché il loro schermo è pensato per essere letto, e i documenti possono essere modificati, annotati e condivisi agevolmente” continua Tombolini.

Simplicissimus Book Farm entra nel business dell’e-reading dal 2006: importa in Italia diversi modelli ( tra cui iLiad e DR1000, i due lettori testati a Palazzo Marino,  prodotti dall’olandese iRex) e fornisce applicazioni adatte alle esigenze di aziende ed enti che vogliono dematerializzare la loro gestione documentale .

Ma quando una soluzione del genere diventa conveniente? “Le variabili da considerare sono due: la quantità di documenti prodotti dagli uffici e il numero di persone che devono riceverli: più alti sono questi numeri, più è conveniente adottare  l’e-reading” .

I pareri dei funzionari di Palazzo Marino che stanno testando i lettori elettronici sono molto positivi ed e’ verosimile che  per la fine dell’anno  verranno adottati una trentina di e-book, non personali ma destinati ai diversi uffici.  Non e’ finita qui. Il progetto più ambizioso prevede di eliminare l’uso della carta nelle sedute del consiglio comunale: i consiglieri potrebbero presentare le loro proposte, introdurre  modifiche ed emendamenti tramite e-book. Tutto certificato da una firma digitale. I primi test partiranno nella primavera del 2010.

 Elvira Pollina

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 MILANO – Niente più dispense da fotocopiare o tomi pesantissimi da trasportare per i corridoi, da un corso all’altro. A giugno l’università di Princeton, uno degli atenei più prestigiosi degli Stati Uniti, aveva annunciato l’avvio di un progetto pilota che avrebbe consentito agli studenti di alcuni corsi di laurea di studiare su edizioni elettroniche dei libri di testo.

 Un esperimento che punta al risparmio della carta, simile ad altri già avviati in alcune università statunitensi, tra cui Berkley e Yale. Come previsto, due settimane fa, alla ripresa delle lezioni, ad una cinquantina di studenti e professori , resisi disponibili per la prova, sono stati consegnati i lettori Kindle, prodotti dalla Amazon, fondata proprio da un ex allievo, Jeff Bezos, laureatosi a Princeton nel 1986.

 Un po’ inaspettatamente, come racconta il Daily Princetonian, il giornale online di ateneo, la rivoluzione dell’e-book è stata accolta in maniera piuttosto tiepida, anche se i riscontri positivi non mancano. Gli studenti riconoscono l’indubbia comodità del Kindle, che consente di avere sempre a portata di mano una mole impensabile di libri di testo e di poter condividere in maniera agevole appunti e dispense. Qualcuno è entusiasta: una professoressa ammette di trovare la lettura su Kindle estremamente agevole e non stancante per la vista.

I problemi iniziano quando dalla semplice consultazione e dalla lettura “senza impegno” si passa allo studio. «Gran parte del mio apprendimento dipende dall’interazione fisica con il testo: segnalibri, sottolineature, appunti a margine per segnare i passaggi più importanti», ha spiegato Aaron Horvath, studente del corso di Società Civile e Politica Pubblica. Una serie di trucchi per favorire la memorizzazione e la concentrazione, ben conosciuti da chi ha passato ore sui libri. «Non sono un luddista – spiega ancora Horvath – ma questa tecnologia non mi sembra ancora pronta per un uso accademico».

 Una perplessità condivisa anche dagli insegnanti. «Lo studio richiede una lettura intensa, quasi fisica, e io incoraggio i miei studenti a sottolineare i concetti più importanti e ad annotare le parole chiave a margine. Con il Kindle si può fare tutto questo, ma è meno immediato rispetto alla carta», conferma un professore. Altro inconveniente: le versioni elettroniche dei libri non hanno i numeri di pagina: «È qualcosa che spiazza e rende difficile rapportarsi al testo e citarlo», continua lo stesso insegnante.

Non è finita: un’allieva ha lamentato diversi problemi nel trovare il giusto settaggio dello schermo e difficoltà nel passare velocemente da un punto all’altro dei testi, cosa che gli studenti fanno molto spesso, per ripassare i concetti principali prima di un esame. Il risultato è che in molti si sono ridotti a stampare i capitoli da studiare ed alcuni hanno preferito riconsegnare l’e-reader e ritornare al libro analogico. E l’università ha fatto sapere che alla sperimentazione del lettore digitale, per ora, non seguirà l’adozione di massa. Con buona pace dell’ illustre ex alunno.

Princeton è dunque un covo di tecnofobi, incapaci di sfruttare a pieno i vantaggi offerti dal Kindle? La questione è un’altra. Nelle aule universitarie di oggi siedono ragazzi che, nonostante abbiano sempre sottomano laptop e smartphone, sono cresciuti studiando sui libri di carta, dalle elementari in poi. Per loro, passare all’e-reader significa ripensare al modo con cui si apprendono nozioni e concetti. Uno sforzo non indifferente, che aumenta il livello di stress legato allo studio. Probabilmente il libro elettronico sarà apprezzato a pieno dagli universitari che da bambini abbiano imparato a leggere su supporto digitale. Ma ci vorrà ancora del tempo: fino ad allora si continuerà a studiare sulle “sudate carte”.

Elvira Pollina

 01 ottobre 2009

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Una guerra non dichiarata si consuma ogni giorno nei ristoranti e nei locali. Quella tra camerieri e clienti. Tra loro, una barriera invisibile, segnata da un confine preciso: uno, in piedi, prende le ordinazioni e serve, l’altro pretende e paga per avere esaudite richieste precise, e molte volte, al limite dell’assurdo. Steve Dublanica questo muro lo conosce bene. Per sette anni ha servito ai tavoli di vari ristoranti di Manhattan: all’inizio è un semplice inserviente, ma piatto dopo piatto, bottiglia dopo bottiglia, diventa direttore di sala di uno dei più conosciuti locali italiani della Grande Mela. Steve ha iniziato per caso, a trent’anni, in un momento di difficoltà economica, convinto che fare il cameriere fosse un lavoro di ripiego, «adatto ad attori falliti, cocainomani e adolescenti». O comunque qualcosa di non troppo complicato. Con il tempo scopre che oggi da un cameriere ci si aspetta sia “allergologo, sommelier, censore dell’abuso di cellulari, fotomodello, confessore, intrattenitore, barman, medico d’urgenza, buttafuori, centralinista, barzellettiere, terapeuta, poliglotta, valvola di sfogo, sensitivo, maestro di bon ton e chef dilettante.”

 

«IL 20% DEI CLIENTI È DISADATTATO» - Sebbene nell’80% dei casi ai tavoli si siedano persone normali, c’è un buon 20% di “disadattati sociali tendenti allo psicopatico”, dall’insulto facile, i modi tutt’altro che cortesi e poco propensi a lasciare una mancia decente. Per anni Dublanica ha raccontato le sue disavventure in guanti bianchi su un blog, Waiterant.net. Dapprima in forma rigorosamente anonima. Poi, contattato da un editore, è uscito allo scoperto e ha scritto un libro, La Resa del Conto (in Italia pubblicato da Rizzoli e da oggi nelle librerie), in cui spiega come destreggiarsi tra chef al limite di una crisi di nervi e clienti che si ostinano a ordinare piatti fuori dal menù, fingendo di essere allergici a un determinato ingrediente o che pretendono di accomodarsi ad un tavolo già assegnato, assicurando di essere amici del titolare. «Spesso mentire è l’unica soluzione: un buon cameriere deve essere anche un buon attore» spiega Dublanica, che fa un breve elenco delle (false) scuse e delle bugie raccontate ai clienti un po’ troppo schizzinosi, petulanti o insistenti. Ad esempio: «Il pesce è arrivato» quando in realtà giace da giorni nel freezer. Oppure: «Mi spiace ma il risotto oggi non è previsto» mentre semplicemente lo chef si rifiuta di prepararlo a meno di cinque minuti dalla chiusura della cucina. Per fare sentire a casa una coppia di italiani, è opportuno assicurare loro che la loro cena sarà preparata da un cuoco toscano, anche se in realtà è nato in Salvador. Per liquidare chi è insoddisfatto della temperatura del locale, basta dire: “No, signore, non controllo io l’aria condizionata”.

LE VENDETTE DEI CAMERIERI – Quando la misura è colma, allora si passa alla vendetta. C’è sono quella scontata e banale, come sputare nel piatto prima di servirlo al tavolo con un sorriso smagliante e augurando buon appetito. E ci sono quelle più sottili e divertenti. La signora sulla quarantina che continua a rimandare indietro il suo decaffeinato perché non abbastanza caldo viene messa a tacere con un ustione sulla lingua provocata da un doppio espresso bollente servito in una tazza riscaldata nel forno a 400 gradi, opportunamente poggiata su un piattino freddo. Il sessantenne ricco e arrogante, noto fedifrago, che si presenta ogni giorno con una ventenne diversa e tratta in malo modo il personale, viene ridicolizzato con una semplice domanda a fine pasto: “Sua figlia desidera anche il gelato?” Per farla pagare a un manager che al termine di una cena di lavoro letteralmente butta addosso al cameriere la carta di credito, il modo migliore è fingere che ci siano problemi con la carta e telefonare all’American Express. L’ubriacone molesto che ha importunato clienti e staff per tutta la sera sarà punito con una chiamata anonima alla polizia, in cui si comunica il numero di targa della vettura su cui, gonfio d’alcool, si è messo alla guida. Ma un ristorante non è soltanto una trincea. E’ anche uno straordinario osservatorio sulla vita delle persone. Nella stessa sera possono entrare nel locale un broker di Wall Street accompagnato da una prostituta, due fidanzati che si chiudono un’ora nel bagno delle donne per fare sesso, una coppia di coniugi che tra una portata e l’altra discute sull’opportunità di avere un figlio. Così capita che il cameriere abbia il privilegio di essere il primo a sapere che presto nascerà un bambino. Sono questi brandelli di umanità, secondo Dublanica, la parte migliore del suo lavoro. Mance a parte, s’intende.

Elvira Pollina
16 settembre 2009

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Berlusconi all’inferno, affannato a gettare in una fornace quante più copie possibili della nuova edizione di “Tendenza Veronica”, il libro in cui la moglie racconta tutta la verità sui motivi che l’hanno portata chiedere la separazione dal premier italiano. Non è una vignetta satirica. Si chiama Silvio’s Inferno ed è l’ultimo videogame creato dalla casa di produzione inglese T-Enterprise, specializzata in instant games, giochi dalla grafica semplice, basati su fatti di cronaca o sull’attualità politica. Poco pretenziosi dal punto della grafica e della modalità di gioco, gli instant games devono il loro successo al messaggio ironico e provocatorio, che li fa diffondere in Rete come virus, grazie al passaparola su Facebook o via mail.

POLITICI NEL MIRINO – Ovviamente i bersagli preferiti dei creatori di questa nuova forma di satira interattiva sono i politici. Berlusconi in Silvio’s Inferno veste i panni di un novello Cesare che, evitando una serie di massi, deve bruciare i libri che ne mettono a repentaglio la reputazione. Ma il premier italiano non è l’unica fonte d’ispirazione per i “cattivi” di T-Enterprise. Tra le loro vittime c’è anche Hillary Clinton, il segretario di Stato Americano, protagonista di Hillary: First Blood, in cui è costretta a trasformarsi in Rambo per evitare che il marito Bill le possa “scippare” il merito della liberazione di alcuni ostaggi. In Kingdom of The Waster viene ridicolizzato il premier britannico Gordon Brown che ha chiesto agli inglesi di evitare di gettare troppo cibo nella spazzatura per evitare l’aumento di prezzi e nel gioco è costretto a raccogliere i rifiuti del suo rivale politico, il conservatore Cameroon. Lo stesso Obama è diventato protagonista di numerosi videogames satirici, come Election Incrimination, realizzato ai tempi della corsa alla Casa Bianca, in cui il presidente Usa deve far sparire prove compromettenti dallo studio ovale prima che irrompano giornalisti e telecamere mentre è diventato un cult il gioco in cui bisogna colpire George W. Bush con una scarpa, emulando il gesto del reporter iracheno. Politicamente scorretti e divertenti, il successo di questi giochi-parodia si deve probabilmente all’effetto terapeutico sul giocatore, che può farsi beffe, almeno virtualmente, dei tanto detestati politici. Che sono avvertiti: di qualunque colore siano, prima o poi un videogioco li seppellirà.

  

Corriere della Sera Magazine, luglio 2009, clicca sull'immagine per vedere l'articolo

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La crisi economica, gli assalti dei pirati somali, l’epidemia di febbre suina. Non è la scaletta di un tg. Sono solo alcuni dei temi  che negli ultimi mesi hanno ispirato gli sviluppatori di videogiochi, non più strumenti di evasione dalla realtà, ma sempre più spesso  basati su fatti realmente accaduti, o addirittura su eventi in corso. Somali Show Down, ad esempio,  catapulta il giocatore nel bel mezzo del Golfo di Aden, teatro degli assalti dei pirati somali alle navi mercantili: a lui la scelta se far parte dell’equipaggio del cargo oppure se andare all’arrembaggio.

Scegliere da che parte stare è fondamentale anche in Play the News, in cui si è alle prese con la risoluzione dei più intricati conflitti internazionali, come quello tra israeliani e palestinesi. Complice la crisi, anche  un argomento ostico come l’economia può diventare il soggetto di un videogame: in Debt Ski,  modalità di gioco alla Super Mario,  bisogna recuperare contanti, far fronte alle spese improvvise e utilizzare responsabilmente la carta di credito, evitando di “andare sotto”. Made Off, invece, è un videogioco per iPhone il cui protagonista segue le orme del famigerato Bernie Madoff, il finanziere  americano condannato a 150 anni di carcere per  quella che  è stata definita la più grande truffa di tutti i tempi.

I videogame come strumenti per descrivere e conoscere la realtà, dunque. E, magari, cambiarla. Della loro funzione socio-comunicativa sono convinti enti governativi, onlus e organizzazioni internazionali che li utilizzano come mezzi per  far prendere coscienza delle tematiche di cui si occupano. Lo ha fatto, ad esempio,  Amnesty International con Pictures for Truth, dedicato alla  censura dell’informazione  in Cina.

 Caratterizzati da una grafica spesso essenziale,  i newsgame (o instant game) hanno in Internet Il loro ambiente naturale. In Rete se ne trovano a decine, disponibili gratuitamente, e si diffondono come virus grazie al passaparola via mail o su Facebook. “La potenza comunicativa dei videogiochi sta nel ruolo attivo del giocatore, che può essere usato per suscitare emozioni e dilemmi etici” spiega Paolo Pedercini, ventottenne mantovano  trapiantato a New York. Pedercini è il fondatore di  “La Molle Industria”, gruppo che ha al suo attivo alcuni dei newsgame più irriverenti e discussi del web, come Faith Fighter, un picchiaduro sul cui ring si sfidano profeti e divinità a suon di calci e pugni, a simboleggiare l’intolleranza generata dai fondamentalismi religiosi. “Nella percezione comune i videogiochi non devono affrontare temi “adulti”. Ma qualcosa sta cambiando e i media hanno smesso di incolparli genericamente della devianza dei giovani, come succedeva in passato con il rock’n roll e  i fumetti”.  Massima libertà, quindi, di trattare i temi più controversi. Unica avvertenza, secondo Pedercini: “Non sacrificare mai l’aspetto ludico”. Anche a costo di apparire dissacranti.

 Elvira Pollina

taglio corriere.it  9 ago 2009 apocalisse slate

corriere.it, 9 agosto, clicca qui per leggere l'articolo

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto finirà con una catastrofe nucleare. Il Muro è caduto da vent’anni e la crisi dei missili cubani è un lontano ricordo per molti e per i più giovani soltanto un paragrafo del libro di Storia. Eppure gli americani ne sono convinti: sarà una bomba atomica a provocare l’apocalisse. Nei giorni scorsi il magazine online Slate.com ha invitato i suoi lettori a confrontarsi con le proprie paure, spingendoli ad immaginare come finirà l’America. Un divertissement per portare a galla – ed esorcizzare – i timori e le ossessioni più diffuse, che negli Stati Uniti torna ciclicamente di moda, grazie anche alla sconfinata filmografia hollywoodiana sull’argomento: da Indipendence Day fino a 2012, il kolossal diretto da Roland Emmerich in uscita nelle sale il prossimo novembre, in cui la Terra è sconvolta da una serie impressionante di catastrofi naturali.

LA GRADUATORIA - Le apocalissi proposte dal magazine online sono 144 : si va dall’innalzamento del livello del mare dovuto al surriscaldamento globale al rovesciamento del governo democratico per un golpe militare, da un attacco letale di Al Qaeda alla Pax Sinnica, un in cui la potenza economica cinese mette fine all’egemonia americana nello scacchiere globale. Al «gioco» hanno partecipato in tre giorni oltre 60 mila lettori, trasformatisi in novelle cassandre, cercando di prevedere le cause della fine. Ieri Slate ha tirato le somme, stilando una classifica degli scenari apocalittici più votati: in testa c’è la catastrofe nucleare, provocata da organizzazioni terroristiche o potenze ostili rifornitesi al mercato nero del plutonio e dell’uranio. Al secondo posto, l’esaurimento delle risorse petrolifere, con il conseguente collasso della società americana, incapace di sopravvivere senza benzina. Seguono lo sviluppo nella popolazione di una forma di resistenza alle terapie antibiotiche e la decisione della Cina di non finanziare più il debito americano, con conseguente bancarotta dello Stato. Al quinto posto, un’escalation del conflitto arabo palestinese. Le risposte arrivate – dicono da Slate.com – hanno un elemento in comune: la fine degli Stati Uniti non sarà decretata da una catastrofe naturale, ma da una serie di decisioni sbagliate da parte degli uomini. Inoltre, dall’analisi degli scenari più votati dai lettori, emerge che la razza umana sopravviverà alla fine degli Stati Uniti, anche se le sorti del mondo verranno decise altrove. Un po’ come successe qualche centinaio di anni fa con la caduta dell’Impero Romano.

Elvira Pollina
08 agosto 2009(ultima modifica: 09 agosto 2009)

corriere.it, 10 luglio 2009, clicca qui per l’articolo

Sembrano barzellette, in realtà sono storie di vita quotidiana. Una vita difficile. Una vita di merda. Due ventenni francesi, Guillame Passaglia e Maxime Valette l’anno scorso hanno avuto l’illuminazione: trasformare il blog dove Maxime raccontava le sue sventure quotidiane in uno spazio pubblico, viedemerde.fr, in cui chiunque può raccontare i propri momenti da Fantozzi. Brevi istantanee, lunghe al massimo 300 battute, di quegli attimi da incubo che ciascuno di noi ben conosce e da cui nessuno sembra essere immune.

 

Al lavoro o a scuola, in famiglia o con il proprio partner: ogni giorno c’è un buon motivo per maledire una vita che riserva brutte sorprese o situazioni imbarazzanti. Qualche esempio. “Oggi ero al mare. Una mamma dice al suo bambino di appena sei anni : “Sì amore, puoi arrivare fin lì, dove c’è quel signore grosso con la pancia bianca.” Quel signore ero io”.

 

O ancora: “Oggi ero in stazione. Dovevo prendere il biglietto e il treno stava per partire. Avevo mille borse e uno zaino enorme, cerco disperatamente il portafogli, finalmente lo trovo. Faccio per pagare quando mi accorgo che, nella fretta, al posto del portafogli avevo in mano un assorbente”.

 

A volte i racconti raggiungono il limite del grottesco, come in questo caso: “Oggi mentre ero in classe, mi sono addormentato durante la lezione. Indossavo dei pantaloni di tuta e ho avuto un’erezione. La professoressa è venuto verso di me e mi ha afferrato lì. Era convinta fosse il mio cellulare”. Sconfinata la sezione dedicata al rapporto di coppia.. Qualche chicca: “Oggi ho ricevuto due sms da mio marito. Alle 9,54: “Stasera non mi aspettare, al lavoro è un incubo e finiremo tardissimo. Ti amo”. Alle 9,58: “Stasera possiamo fare tardi, per mia moglie ho un casino di lavoro. Ti amo”. Oppure: “Oggi per stuzzicare mio marito mi sono messa il reggicalze e dei collant a rete. Lui mi ha detto che somigliavo a un arrosto di maiale legato con lo spago”.

Storie diverse, non si può sapere se proprio vere, ma comunque verosimili. E tutte si concludono con la stessa esclamazione: “Che vita di merda!”. Chi legge può approvare, commiserando in qualche modo il malcapitato, oppure non esitare a riconoscere che, in fondo in fondo, se l’è meritato.

 

Bastano pochi mesi e in Francia Viedemerde si trasforma in un caso. Colleziona oltre 70mila contatti al giorno e diventa un libro, pubblicato in Italia da Rizzoli (Titolo: Che vita di merda. E’ vero, fa ridere quando non capita a voi). Del blog viene creata anche una versione inglese, Fuck my life, e una italiana, online dalla fine di giugno. La sfiga, del resto, non conosce frontiere. Ma condividerla, anche sul web, può aiutare a superare tutto con un sorriso.

 

Corriere della Sera Magazine, 25 giugno 2009,  clicca qui per il pdf.

L’insalata era nell’orto, recitava una vecchia canzonetta. Ora sta al supermercato, già imbustata e pronta per finire in tavola. Ma c’è chi non si arrende alla logica della verdura raccolta dai banchi dei grandi magazzini. Così, nei giardini privati e sui balconi, accanto ai gerani e alle ortensie spuntano pomodori, piselli e carote. Negli Stati Uniti i coltivatori urbani si chiamano Kitchen Gardeners, sono in diecimila e durante la campagna elettorale hanno strappato a Michelle Obama la promessa di coltivare a orto il giardino della Casa Bianca.

 

A Palazzo Chigi questo non è ancora successo ma agli italiani il pollice verde non manca. Secondo i dati forniti da Coldiretti, quasi quattro su dieci dedicano parte del loro tempo libero al giardinaggio e alla cura dell’orto . Quello che era considerato un hobby da pensionati, oggi coinvolge giovani tra i 25 e 34 anni, un quarto del totale degli appassionati.

Molti di loro s’incontrano in Rete su blog e forum per scambiarsi consigli sulle cure necessarie per far crescere bene fagiolini, rucola e basilico. “Per cominciare bastano un po’ di terriccio, delle piantine o i semi, e poi il concime, rigorosamente naturale” spiega Alessandro De Angelis, poco più di 30 anni e un lavoro in una casa di produzione televisiva. Alessandro racconta su un blog (www.ortourbano.it) le vicissitudini del suo orto romano, con tanto di webcam a documentare la crescita dei fagioli minuto per minuto. “La dote di un buon coltivatore urbano è la pazienza: ci s’impegna in un’attività che ha tempi lunghi ed esito incerto” avverte De Angelis.Sul web sono nati anche dei mercati virtuali, come Veggie Trader, social network i cui membri possono scambiarsi o vendere il surplus del loro raccolto.

Grazie alla rivoluzione del bio fatto in casa, la campagna, divorata dall’espansione dello spazio urbano, si prende la rivincita e ricompare tra palazzoni e viali. A Bologna, Savona, Treviso , Milano e in molte altre città sono le stesse amministrazioni locali ad affittare spazi coltivabili ai cittadini che ne fanno richiesta. All’ombra della Madonnina si contano 430 orti comunali sparsi per la città, affittati ad un canone di 100 euro l’anno. Ma c’è anche chi l’orto lo crea in aree dismesse o abbandonate e , secondo la filosofia del guerrilla gardening , colora il paesaggio metropolitano. “Pomodori, peperoni, zucchine e melanzane si coltivano bene anche in città” assicura Andrea Zabiello, giardiniere di professione e autore insieme a Michele Trasi di “Guerrilla Gardening, manuale di giardinaggio e di resistenza contro il degrado urbano”(Kowalski ). Unica avvertenza:“Evitare le zone particolarmente trafficate, come i grandi incroci”.

 Ai seguaci del mangiare sano non bastano più etichette e certificazioni di prodotto. Le aziende agricole si adeguano e fanno partecipare i loro clienti a parte del lavoro. Succede appena fuori Milano, nel Parco Sud, dove alcune cascine consentono a chi lo vuole di raccogliere da se’ prodotti di stagione. “I prezzi sono inferiori del 30-40% rispetto a quelli dei supermercati” dice Niccolò Reverdini, imprenditore agricolo, che da qualche anno ha aperto le porte della sua azienda a famiglie e a gruppi di acquisto solidale. Persone di ogni eta’ che vogliono riappropriarsi di un contatto diretto con i ritmi della natura ed avere la certezza che il pomodoro finisca nei loro piatti non dopo un viaggio di una settimana, chiuso in un camion, ma a “chilometro zero”. E sia davvero bio.

Riprongo qui questa notizia che mi è molto cara, perchè riguarda uno dei pochi registi che è riuscito ad emozionarmi. Un nome mica da ridere: Federico Fellini.

 IL FELLINI DEL DESERTO

 

Federiico Fellini, Il set, 1942

Federico Fellini, Il set, 1942

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 Quindici tavole, un po’ ingiallite, con alcuni schizzi a matita, rimaste per oltre sessant’anni chiuse in un cassetto. Raccontano la vita del set di un film mai portato a termine, e di cui restano l’unica testimonianza. Un film che segnava l’esordio cinematografico del loro autore, uno dei più grandi registi del Novecento: Federico Fellini.

È il 1942. Fellini ha appena 22 anni, ed è tra gli sceneggiatori de “I Cavalieri del Deserto”, tratto dal romanzo di Emilio Salgari e prodotto dall’Alleanza cinematografica Italiana di Vittorio Mussolini. Alcune scene sono ambientate nel deserto e per realizzarle il set si trasferisce in Libia, a Tripoli. Ma Gino Talamo, il regista, resta ferito in un incidente stradale. Spinto dagli amici Guido Celano e Osvaldo Valenti, anch’essi nella troupe, Fellini assume la direzione delle scene. È il suo esordio dietro la macchina da presa.

“Facemmo alcune scene nel deserto, molto di fantasia, con i cavalli e i cammelli” ricorda Celano. Fellini non si accontentò di girare su pellicola ma volle fermare su carta, con quello stile caricaturale che poi diventerà celebre, alcuni attimi della vita sul set.

I Cavalieri del Deserto non verrà mai portato a termine. Le operazioni belliche sul fronte africano della Seconda Guerra Mondiale costringeranno la troupe ad un precipitoso e rocambolesco ritorno in Italia, durante il quale il girato andrà perduto. Di quell’esperienza restano solo questi quindici disegni, regalati da Fellini ad un membro della produzione ed esposte per la prima volta al pubblico a Milano durante la Ventesima Mostra del Libro Antico. L’unica testimonianza della prima volta del Maestro del cinema italiano.

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Ripropongo qui sotto alcuni miei pezzi pubblicati in questi mesi (periodo marzo – maggio 2009) per il sito del mensile Max. Buona lettura! :-)

PHOTOSHOP E TI TAROCCO IL MONDO

Vasen, di Erik Johansson, immagine da http://www.alltelleringet.com/

Vasen, di Erik Johansson, immagine da http://www.alltelleringet.com/

 

 Photoshop, ovvero tarocco. È questa l’opinione più diffusa. Ma il tarocco, a volte, può essere un capolavoro. Perplessi? Allora date un occhio ai lavori di questo fotografo svedese, Erik Johansson, anni 23. In qualche modo ricordano le opere dei pittori surrealisti. Erik ha scattato le foto con la sua macchina digitale e poi le ha modificate con il diabolico programma di ritocco delle immagini con una maestria che lascia a bocca aperta. Così, come in uno spettacolo illusionista, le gambe con indosso i jeans finiscono sull’asse da stiro per un ultimo ritocco della piega, l’acqua del mare di un dipinto cade sui piedi della ragazza che lo sta appendendo al muro e le braccia si frantumano in mille pezzi nel tentativo di salvare un vaso di porcellana. Ecco come il tarocco può trasformarsi in un’opera d’arte.

 

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IRI5, IL NASTRO SI FA ROCK

Lead The way, Iri5, da http://www.flickr.com/photos/iri5

Lead The way, Iri5, da http://www.flickr.com/photos/iri5

 

 Due bobine di nastro dentro un vano di plastica. Ovvero la cassettina, il supporto musicale di chi è cresciuto prima dei Cd e degli Mp3. Un reperto archeologico nell’era dell’Ipod e della musica “liquida”, leggera e facilmente trasportabile da un dispositivo all’altro. Quelli che sono cresciuti con le musicassette passavano i pomeriggi aspettando che la hit del momento passasse in radio per premere il tasto REC ed avevano la macchina piena di compilation fatte in casa. Altri tempi. Ma c’è chi per le vecchie audiocassette ha trovato una nuova funzione. Lei si chiama Iri5, alias Erika Iris Simmons, ed è un’artista americana di 25 anni, che utilizzando il nastro delle sue vecchie audiotape ha realizzato dei fantastici ritratti dei miti del rock. I volti di Bob Dylan, Jim Morrison e Jimi Hendrix, come per magia, “escono fuori” dalle cassette che per anni hanno portato in giro la loro musica. Vere e proprie opere d’arte. Anche se alla loro vista, i ragazzi cresciuti con la cassettina nel walkman probabilmente si metteranno le mani nei capelli, ricordando le ore passate a riavvolgere la pellicola quando rimaneva impigliata nel maledetto mangianastri.

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GWON OSANG TI SCOLPISCE CON UN CLIC

Red Sun di Gwon Osang

Red Sun di Gwon Osang

 

Fotografie tridimensionali a grandezza naturale, o se volete, foto-sculture. Sono le opere di Gwon Osang, poco più di 30 anni, esponente dell’avanguardia artistica sudcoreana. Il suo approccio alla scultura è di un’originalità assoluta: Osang scatta centinaia di fotografie ai suoi soggetti, poi le taglia in minuscole parti, e ricompone le figure incollando i pezzi su leggerissimi manichini a grandezza naturale. Un lavoro certosino che crea un effetto unico: ad occhio nudo sembra di avere a che fare con sculture in ceramica. Osang combina uno studio accuratissimo dell’anatomia e del movimento umano con una grande immaginazione, che porta i suoi “personaggi” ad assumere pose improbabili o ad avere alcuni caratteri accentuati. I suoi lavori sono spesso esposti in giro per il mondo. E poi, ovviamente, sono visibili sul suo sito.

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SORRIDI, SEI SU GOOGLE

Google a Notre Dame, di Filippo Minelli

Google a Notre Dame, di Filippo Minelli

 

Un mondo dove tutto è offerto – e controllato – da Google. Forse un giorno ci arriveremo, intanto Filippo Minelli, artista bresciano di 26 anni, ha giocato su questa suggestione per creare dei piccoli capolavori. Da un anno ormai attacca il logo di Google nei posti dove mai ti aspetteresti di trovarlo e scatta una foto. “Ho cominciato per scherzo, prendendo in giro la produttività dei laboratori di Mountain Views, capaci di sfornare continuamente nuovi servizi” ricorda Filippo, che modifica di volta il volta il marchio di Big G, immaginando i nomi di fantomatiche applicazioni “powered by Google”.

Filippo viaggia spesso da un paese all’altro per lavoro: «Ovunque vada non mi lascio sfuggire l’occasione di attaccare il logo, in posti dove crea un effetto particolare, direi quasi di straniamento». Sulla muraglia cinese, nei vagoni della metropolitana di Bilbao, tra i banchi della cattedrale di Notre Dame a Parigi, sulle condutture di un gasdotto di Ulaan Bataar, in Mongolia. Filippo, che ha iniziato i graffiti per le vie di Brescia, oggi è uno dei pochi che riesce a mantenersi con la sua arte. Riesce ad esporre in suoi lavori, raccolti sul suo portfolio online, in gallerie italiane e straniere.

Quelli su Google gli hanno regalato un’inaspettata notorietà sul web. Il motivo? Filippo se lo spiega così.“Accostando un marchio come quello di Google a contesti e situazioni che nulla hanno a che vedere con la realtà virtuale è un modo per far vedere la contraddizione di chi vive Internet come se fosse il mondo reale. Una contraddizione che evidentemente provano in molti”.

 

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