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 MILANO - Le pensiline si trasformano in stazioni di rifornimento elettrico per bus che si muovono in città grazie a batterie in grado di ricaricarsi in pochi istanti. Non è fantascienza, ma ciò che avviene da qualche mese su una linea di trasporto di Shanghai , i cui veicoli sono alimentati grazie a dei supercondensatori al carbone attivo, detti ultracapacitor. Una tecnologia pronta all’uso, in grado di migliorare la qualità dell’aria: per dimostrarlo ulteriormente un minibus alimentato allo stesso modo accompagnerà gli studenti dell’American University di Washington in giro per il campus. Ma presto questi veicoli potrebbero muoversi per le strade di New York, Chicago e in alcune città della Florida .

DIMENSIONI - In realtà gli ultracapacitor esistono da una quarantina d’anni, ma le loro dimensioni erano troppo grandi per consentire una loro applicazione nel settore dei trasporti. Un inconveniente risolto grazie al lavoro del Mit di Boston, che li ha perfezionati, riducendone le dimensioni, aumentandone l’efficienza e rendendone possibile la produzione a livello industriale. Gli ultracapacitor non sono in grado di accumulare molta energia ( hanno una densità energetica di 6 wattora per chilo, contro i 200 wattora di una batteria agli ioni di litio) e si scaricano abbastanza rapidamente. Per il momento, quindi, non sono quindi adatti ad alimentare le auto private (nonostante siano già stati costruiti dei prototipi), perché dovrebbero far rifornimento circa ogni 3 chilometri.

RISPARMI - Tuttavia, alcune industrie automobilistiche, come Foton America , casa produttrice degli autobus che si spostano lungo le strade di Shanghai, hanno pensato di applicare la stessa tecnologia al trasporto pubblico. Gli autobus urbani infatti sono costretti a sostare anche un paio di minuti alle fermate, a volte abbastanza ravvicinate tra loro, per permettere ai passeggeri di scendere e salire a bordo. È sufficiente, quindi, sostituire alcune pensiline con delle stazioni di ricarica, che consentono di fare rifornimento in pochi istanti. C’è di più: questi autobus sono in grado di assorbire l’energia prodotta da ogni frenata e le pensiline ricaricanti possono essere equipaggiate con pannelli fotovoltaici, riducendo ulteriormente le emissioni. Dal punto dei vista dei costi, per far muovere un autobus simile occorre un decimo dell’energia necessaria per far circolare un normale bus a diesel, con un risparmio di 200mila dollari di carburante, calcolato per il ciclo di vita di ogni veicolo.

I LIMITI - Restano alcuni limiti: l’accelerazione rimane debole e i bus riducono la loro autonomia del 35% quando si accende l’aria condizionata. Ma al Mit stanno lavorando per aumentare la densità energetica degli ultracapacitor, che in un futuro non lontano potrebbero quintuplicare la loro capacità di immagazzinare energia e consentire un uso ancora più esteso nel settore dei trasporti, abbattendo il numero delle stazioni di servizio.

Del resto il tempo stringe: secondo quanto stabilito dal G20 entro il 2050 ciascun abitante del pianeta dovrà limitare a 2 tonnellate l’anno le proprie emissioni di Co2 (contro le 15 tonnellate annue prodotte oggi da un cittadino Usa). per dimostrare che non è poi così poco Andy Pag, un ambientalista, sta provando a fare il giro del mondo a bordo di un bus alimentato a biodiesel, ricavato dall’olio di cucina, cercando mantenersi sotto la soglia fissata dal G20. Partito da Londra, Pag ha già percorso 3mila miglia, facendo tappa in Francia, Svizzera, Italia e Turchia e raccontando il suo viaggio in un blog. Obiettivo: sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del riscaldamento globale. Una sfida a cui tutti siamo chiamati a rispondere, non importa se con l’olio fritto o con gli ultracapacitor.

 Elvira Pollina
20 ottobre 2009(ultima modifica: 21 ottobre 2009)
Wikipedia? No, Treccani

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Pesante e polverosa. Sono i due aggettivi che più facilmente accostati alla Treccani , la storica enciclopedia italiana, i cui tomi da oltre 80 anni sono in bella vista nelle librerie di chi può permettersi di pagare migliaia di euro per comprare la summa del sapere. Dalla Rete si alza un coro: ma vuoi mettere con Wikipedia, che si può sfogliare gratuitamente sul web e consente a tutti di partecipare alla creazione del sapere?

Eppure oggi gran parte delle risorse della Treccani sono online, consultabili gratuitamente: la Piccola Treccani, da 15 volumi, il Vocabolario Conciso, le schede biografiche di oltre 75mila personaggi illustri oltre alle voci della nuova mini enciclopedia da due volumi, che in questi giorni debutta nelle librerie. Circa 560mila lemmi, più o meno lo stesso numero  di Wikipedia Italia, aggiornati tempestivamente, se non in tempo reale, con accurate digressioni riguardanti argomenti di attualità. Tutto free.

Francesco Tatò, amministratore delegato dell’Istituto Treccani, fondato nel 1925 da Giovanni Gentile, non si ferma qui e mentre gli editori di tutto il mondo fanno la guerra a Google Books, lui serafico dice: “Se Google mi chiamasse per chiedermi il permesso di digitalizzare e mettere online i 54 volumi della Grande Treccani, accetterei subito’’. Insomma, nessuna paura di diffondere i propri contenuti online e massima apertura al mondo della Rete in nome dell’universalità del sapere.

Il sito dell’enciclopedia è stato lanciato in sordina circa un anno fa ed è ancora in versione beta. Eppure la ricchezza dei contenuti e la possibilità di condividerli in maniera agevole è sorprendente. Una web tv trasmette interviste ad esperti su temi specifici e un forum permette la discussione agli iscritti della community, che possono commentare le voci, segnalare errori e imprecisioni, taggare lemmi correlati, in modo da costruire percorsi di navigazione sugli stessi argomenti.

“Vi dico di più: chi lo desidera può proporci temi da analizzare o inviarci una biografia di un personaggio storico locale, magari poco conosciuto” continua Tatò.  Ovviamente non si pubblica nulla prima che sia stato approvato dal filtro del comitato scientifico. “È una garanzia di attendibilità: non possiamo permettere che gli errori restino online per giorni in attesa che qualcuno li correga” spiega Tatò, che riconosce a Wikipedia il vantaggio di una maggiore immediatezza del linguaggio. “Il nostro rimane un linguaggio accademico, anche se nelle ultime edizioni lo abbiamo reso più accessibile anche ad un pubblico giovane’’. Una toolbar consente a chi lo desidera di avere la Treccani sempre sottomano durante la navigazione web e un aggregatore di notizie  consente di rimanere aggiornati sui temi scientifici caldi.

Chiediamo a Tatò se nei suoi progetti c’è una versione elettronica dell’enciclopedia, sull’onda del fermento che sta provocando nell’editoria italiana l’arrivo di Kindle, l’e-reader di Amazon. “ Non escludiamo nulla, anche se onestamente non riesco a vedere l’enciclopedia letta sul libro elettronico, almeno a breve’’ risponde Tatò.  Intanto però  dalle lavagne elettroniche, con schermo touch e collegamento a Internet, che il Ministero dell’Istruzione ha in progetto di portare nelle aule di tutta Italia, si potrà accedere all’universo del sapere Treccani, con “pillole” multimediali sui più vari argomenti realizzate appositamente per gli studenti. “E’ un progetto in cantiere, per ora non posso dire nulla di più” ha detto Tatò.  Niente male per un’istituzione polverosa come la Treccani…

 

 

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Twitter, finora disponibile solo in inglese e giapponese, ha annunciato qualche giorno fa l’avvio di un primo processo di regionalizzazione, con la traduzione del servizio  in altre quattro lingue: italiano, francese, spagnolo e tedesco. Una mossa che punta ad allargare il pubblico del social network, che in Italia si limita a poche decine di migliaia d’iscritti, contro gli oltre 11 milioni di utenti Facebook.

A proporre la traduzione dei termini saranno alcuni  utenti scelti da Twitter. Uno di loro è Tony Siino, uno dei più noti blogger nostrani e pioniere dei micropost in Italia. Tony è infatti iscritto sin dal 2007,  e ad oggi conta un pubblico di 1000 follower, mentre lui stesso segue i tweet di 682 utenti. “Aggiorno il mio status un paio di volte al giorno: il più delle volte scrivo cosa sto facendo, oppure segnalo link interessanti o nuovi post’’ spiega Tony.

W: Come sei stato contattato da Twitter?
Mi hanno inviato una mail in cui mi hanno comunicato che ero stato scelto per partecipare alla traduzione della loro interfaccia, in maniera volontaria.

W: Ti hanno fatto richieste particolari?
Per partecipare al programma di traduzione bisogna accettare una serie di condizioni: innanzitutto, l’assoluta volontarietà e gratuità della collaborazione, che non configura un rapporto di lavoro,  eil riconoscimento a Twitter dei diritti di proprietà  intellettuale dei termini  tradotti.. Chiedono anche di non divulgare nuove funzionalità che dovessero apparire nell’interfaccia durante la  traduzione. Io finora non ne ho viste.

W: Come funziona il meccanismo?
È tutto molto semplice e immediato . Una volta accettate le condizioni, sul proprio profilo Twitter appare un badge laterale. Cliccando su TRANSLATE, spunta un box che contiene degli spazi  ogni termine della pagina. Sotto, spazi editabili  degli  in cui inserire l’espressione o la parola che meglio spiega il concetto in italiano.

Non è obbligatorio tradurre tutto. Ci si può limitare a pochi suggerimenti e si può interrompere il processo quando si vuole, oppure si può passare ad una pagina successiva.  Man mano che si traduce, si sale di livello, in una sorta di gerarchia, si possono confrontare le traduzioni degli altri  e chi avrà dimostrato particolari qualità verrà contattato da Twitter per partecipare a  un forum di discussione sul tema.

W: E poi? Ti hanno spiegato come avverrà la scelta finale?
Da quello che ho capito,  sarà Twitter stessa a tirare le somme, tenendo conto delle espressioni più gettonate.

W: Tu come ti sei comportato? Che termini hai tradotto?
Devo ammettere che per ora mi sono applicato poco. In effetti alcuni termini sono complicati da rendere nella nostra lingua e credo che dovrebbero essere lasciati nella versione inglese: ad esempio, per tweets, io mi sono limitato a italianizzare il plurale, eliminando la s finale e aggiungendo l’articolo all’inizio.

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Twitter parlerà anche in italiano. L’annuncio arriva direttamente dal blog ufficiale del social network , per il momento disponibile solo in lingua inglese e in giapponese. Presto l’interfaccia sarà tradotta in altre quattro lingue: oltre all’italiano, ci sono francese, tedesco e spagnolo.

NUMERO DI UTENTI – Una strategia che punta ad estendere il numero di utenti. In Italia, si stima che i seguaci dei cinguettii di Twitter siano poche decina di migliaia, contro gli oltre 11 milioni di utenti attivi di Facebook, tradotto in più di 70 idiomi. Il compito di tradurre sarà affidato agli stessi twitters: in un primo momento, verranno coinvolte un numero limitato di persone, che riceveranno un invito a partecipare alla traduzione e dovranno , accettare precise condizioni, come la gratuità della collaborazione e il riconoscimento dei diritti di proprietà a Twitter. A questo punto, i volontari, visualizzeranno una schermata speciale di Twitter e potranno suggerire il modo migliore per tradurre termini e espressioni inglesi nella propria lingua, votando le scelte dagli altri traduttori. Se non si è stati inseriti nella lista dei prescelti, è possibile farne richiesta attraverso un modulo.

TRADUZIONE – Una volta raggiunto un certo numero di suggerimenti, Twitter sceglierà la traduzione più efficace e la sottoporrà all’ulteriore giudizio della community degli utenti. Saranno tradotte anche le applicazioni esterne che “girano” sul social network e permettono di fruire del servizio di microblogging, i cui i post si limitano a 140 battute, in maniera personalizzata.

 NUOVI ORIZZONTI – Oltre ad aumentare il numero di utenti, Twitter sta cercando d’implementare i propri guadagni: secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, i vertici dell’azienda sarebbero impegnati in due trattative separate con Google e Microsoft, per consentire l’indicizzazione dei tweet all’interno dei rispettivi motori di ricerca in cambio di qualche milione di dollari e della suddivisione dei profitti ottenuti tramite gli annunci pubblicitari dai due colossi del web. In questo modo i micropost verrebbero visualizzati da Google e Bing in tempo reale, permettendo di conoscere i temi e gli argomenti che stanno suscitando interesse nella twittosfera.
Elvira Pollina
09 ottobre 2009(ultima modifica: 10 ottobre 2009)

 

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MILANOUn’incredibile collezione di 758 apparecchi elettronici, televisori, videocamere, macchine fotografiche, registratori audio, prodotti tra gli anni Trenta e Sessanta del secolo scorso, agli albori dell’era della tecnologia di massa. È lo strano tesoro del signor Micheal Bennett Levy’s, andato all’asta qualche giorno fa da Bonhams a Londra. È avvenuto così che uno sconosciuto compratore, sborsando appena 2400 sterline, si sia portato a casa un pezzo di storia: uno dei primi esemplari di tv ad alta definizione, datato 1958, molto simile per prestazioni a quelli che campeggiano oggi nelle vetrine dei negozi di elettronica e che stanno trovando spazio anche nei soggiorni delle famiglie italiane.

819 LINEE IN BIANCO E NEROSi chiama TELEAVIA TYPE P111 e cinquant’anni fa trasmetteva, in bianco e nero, immagini a 819 linee di scansione, quando all’epoca si viaggiava sulle 400, mentre gli schermi Hd di oggi si attestano sulle 1080. In Francia la scansione a 819 linee venne lanciata alla fine degli anni Cinquanta, era riservata ai pochi eletti che potevano permettersi apparecchi più costosi della media, e fu abbandonata nel ’68 per problemi di compatibilità con i televisori a colori che stavano arrivando sul mercato. Da allora i pochi esemplari del Teleavia Type P111 sono diventati gli oggetti del desiderio dei collezionisti, come il signor Bennett Levy’s , che ha raccontato al sito Gizmag.com come dietro questo piccolo capolavoro della tecnica ci sia anche la mano di un italiano: quella di Flaminio Bertoni, varesino, emigrato in Francia ed assunto dalla Citroen. Il suo estro partorì la carrozzeria della mitica 2 Cavalli, di cui sono stati venduti 5 milioni di esemplari fino al 1990, e la Citroen DS, la cui linea avveniristica impressionò i critici di allora, che «parlarono di un anticipo di 20 anni rispetto alla concorrenza», come si legge nella biografia che il sito della casa di produzione automobilistica dedica al designer italiano.

IL TELEVISORE – «Ma Flaminio disegnava di tutto» raccontano i responsabili del museo che la sua città natale gli ha dedicato due anni fa, dove sono conservati i modelli, i bozzetti e i brevetti di Bertoni. E tratteggiò anche la forma del TELEAVIA, il cui schermo misura 19 pollici ed e’ contenuto, insieme al tubo catodico, in un elegantissimo chassis in legno. In basso, un box con le due manopole per la ricerca delle frequenze e la regolazione del volume. Lo schermo poteva ruotare, per garantire una visione senza riflesso. Quella tecnologia oggi sta in pochi centimetri di spessore. Le tv sono piatte, essenziali e si appendono al muro come quadri. Eppure la nitidezza dell’immagine non è molto lontana da quella del TELEAVIA Solo che allora per rendere accattivante il fiore all’occhiello della tecnologia francese, progenitore dei moderni schermi ad alta definizione, ma che nell’aspetto restava pur sempre una scatola, i transalpini si rivolsero ad uno dei più grandi designer industriali italiani, allora sconosciuto in patria.

Elvira Pollina

07 ottobre 2009

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 Circa 800mila euro l’anno.  Secondo i calcoli del Comune di Milano è la cifra che potrebbero risparmiare le casse di Palazzo Marino con l’adozione di lettori e-book per due attività ad alta densità di stampa, ovvero la rassegna dei quotidiani e la verbalizzazione di riunioni interne. La sperimentazione e’ già partita: da qualche settimana  in alcuni uffici  ed assessorati si leggono i ritagli dei giornali e si stilano i verbali  delle riunioni scrivendo a mano sullo schermo del libro elettronico.

A fornire l’hardware e le applicazioni  è Simplicissimus Book Farm, società  fondata da Antonio Tombolini, pioniere dell’e-book in Italia e fautore del progetto Paperless Democracy, che punta ad eliminare la carta dagli uffici pubblici. “Chiedere ai dipendenti  di limitare l’uso delle stampanti non basta. Quando si deve consultare un atto di 100 pagine, la lettura sullo schermo del pc è tutt’altro che agevole e di norma si procede alla stampa” spiega Tombolini. “Gli e-book reader offrono una soluzione a questo problema, perché il loro schermo è pensato per essere letto, e i documenti possono essere modificati, annotati e condivisi agevolmente” continua Tombolini.

Simplicissimus Book Farm entra nel business dell’e-reading dal 2006: importa in Italia diversi modelli ( tra cui iLiad e DR1000, i due lettori testati a Palazzo Marino,  prodotti dall’olandese iRex) e fornisce applicazioni adatte alle esigenze di aziende ed enti che vogliono dematerializzare la loro gestione documentale .

Ma quando una soluzione del genere diventa conveniente? “Le variabili da considerare sono due: la quantità di documenti prodotti dagli uffici e il numero di persone che devono riceverli: più alti sono questi numeri, più è conveniente adottare  l’e-reading” .

I pareri dei funzionari di Palazzo Marino che stanno testando i lettori elettronici sono molto positivi ed e’ verosimile che  per la fine dell’anno  verranno adottati una trentina di e-book, non personali ma destinati ai diversi uffici.  Non e’ finita qui. Il progetto più ambizioso prevede di eliminare l’uso della carta nelle sedute del consiglio comunale: i consiglieri potrebbero presentare le loro proposte, introdurre  modifiche ed emendamenti tramite e-book. Tutto certificato da una firma digitale. I primi test partiranno nella primavera del 2010.

 Elvira Pollina

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 MILANO – Niente più dispense da fotocopiare o tomi pesantissimi da trasportare per i corridoi, da un corso all’altro. A giugno l’università di Princeton, uno degli atenei più prestigiosi degli Stati Uniti, aveva annunciato l’avvio di un progetto pilota che avrebbe consentito agli studenti di alcuni corsi di laurea di studiare su edizioni elettroniche dei libri di testo.

 Un esperimento che punta al risparmio della carta, simile ad altri già avviati in alcune università statunitensi, tra cui Berkley e Yale. Come previsto, due settimane fa, alla ripresa delle lezioni, ad una cinquantina di studenti e professori , resisi disponibili per la prova, sono stati consegnati i lettori Kindle, prodotti dalla Amazon, fondata proprio da un ex allievo, Jeff Bezos, laureatosi a Princeton nel 1986.

 Un po’ inaspettatamente, come racconta il Daily Princetonian, il giornale online di ateneo, la rivoluzione dell’e-book è stata accolta in maniera piuttosto tiepida, anche se i riscontri positivi non mancano. Gli studenti riconoscono l’indubbia comodità del Kindle, che consente di avere sempre a portata di mano una mole impensabile di libri di testo e di poter condividere in maniera agevole appunti e dispense. Qualcuno è entusiasta: una professoressa ammette di trovare la lettura su Kindle estremamente agevole e non stancante per la vista.

I problemi iniziano quando dalla semplice consultazione e dalla lettura “senza impegno” si passa allo studio. «Gran parte del mio apprendimento dipende dall’interazione fisica con il testo: segnalibri, sottolineature, appunti a margine per segnare i passaggi più importanti», ha spiegato Aaron Horvath, studente del corso di Società Civile e Politica Pubblica. Una serie di trucchi per favorire la memorizzazione e la concentrazione, ben conosciuti da chi ha passato ore sui libri. «Non sono un luddista – spiega ancora Horvath – ma questa tecnologia non mi sembra ancora pronta per un uso accademico».

 Una perplessità condivisa anche dagli insegnanti. «Lo studio richiede una lettura intensa, quasi fisica, e io incoraggio i miei studenti a sottolineare i concetti più importanti e ad annotare le parole chiave a margine. Con il Kindle si può fare tutto questo, ma è meno immediato rispetto alla carta», conferma un professore. Altro inconveniente: le versioni elettroniche dei libri non hanno i numeri di pagina: «È qualcosa che spiazza e rende difficile rapportarsi al testo e citarlo», continua lo stesso insegnante.

Non è finita: un’allieva ha lamentato diversi problemi nel trovare il giusto settaggio dello schermo e difficoltà nel passare velocemente da un punto all’altro dei testi, cosa che gli studenti fanno molto spesso, per ripassare i concetti principali prima di un esame. Il risultato è che in molti si sono ridotti a stampare i capitoli da studiare ed alcuni hanno preferito riconsegnare l’e-reader e ritornare al libro analogico. E l’università ha fatto sapere che alla sperimentazione del lettore digitale, per ora, non seguirà l’adozione di massa. Con buona pace dell’ illustre ex alunno.

Princeton è dunque un covo di tecnofobi, incapaci di sfruttare a pieno i vantaggi offerti dal Kindle? La questione è un’altra. Nelle aule universitarie di oggi siedono ragazzi che, nonostante abbiano sempre sottomano laptop e smartphone, sono cresciuti studiando sui libri di carta, dalle elementari in poi. Per loro, passare all’e-reader significa ripensare al modo con cui si apprendono nozioni e concetti. Uno sforzo non indifferente, che aumenta il livello di stress legato allo studio. Probabilmente il libro elettronico sarà apprezzato a pieno dagli universitari che da bambini abbiano imparato a leggere su supporto digitale. Ma ci vorrà ancora del tempo: fino ad allora si continuerà a studiare sulle “sudate carte”.

Elvira Pollina

 01 ottobre 2009

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Una guerra non dichiarata si consuma ogni giorno nei ristoranti e nei locali. Quella tra camerieri e clienti. Tra loro, una barriera invisibile, segnata da un confine preciso: uno, in piedi, prende le ordinazioni e serve, l’altro pretende e paga per avere esaudite richieste precise, e molte volte, al limite dell’assurdo. Steve Dublanica questo muro lo conosce bene. Per sette anni ha servito ai tavoli di vari ristoranti di Manhattan: all’inizio è un semplice inserviente, ma piatto dopo piatto, bottiglia dopo bottiglia, diventa direttore di sala di uno dei più conosciuti locali italiani della Grande Mela. Steve ha iniziato per caso, a trent’anni, in un momento di difficoltà economica, convinto che fare il cameriere fosse un lavoro di ripiego, «adatto ad attori falliti, cocainomani e adolescenti». O comunque qualcosa di non troppo complicato. Con il tempo scopre che oggi da un cameriere ci si aspetta sia “allergologo, sommelier, censore dell’abuso di cellulari, fotomodello, confessore, intrattenitore, barman, medico d’urgenza, buttafuori, centralinista, barzellettiere, terapeuta, poliglotta, valvola di sfogo, sensitivo, maestro di bon ton e chef dilettante.”

 

«IL 20% DEI CLIENTI È DISADATTATO» - Sebbene nell’80% dei casi ai tavoli si siedano persone normali, c’è un buon 20% di “disadattati sociali tendenti allo psicopatico”, dall’insulto facile, i modi tutt’altro che cortesi e poco propensi a lasciare una mancia decente. Per anni Dublanica ha raccontato le sue disavventure in guanti bianchi su un blog, Waiterant.net. Dapprima in forma rigorosamente anonima. Poi, contattato da un editore, è uscito allo scoperto e ha scritto un libro, La Resa del Conto (in Italia pubblicato da Rizzoli e da oggi nelle librerie), in cui spiega come destreggiarsi tra chef al limite di una crisi di nervi e clienti che si ostinano a ordinare piatti fuori dal menù, fingendo di essere allergici a un determinato ingrediente o che pretendono di accomodarsi ad un tavolo già assegnato, assicurando di essere amici del titolare. «Spesso mentire è l’unica soluzione: un buon cameriere deve essere anche un buon attore» spiega Dublanica, che fa un breve elenco delle (false) scuse e delle bugie raccontate ai clienti un po’ troppo schizzinosi, petulanti o insistenti. Ad esempio: «Il pesce è arrivato» quando in realtà giace da giorni nel freezer. Oppure: «Mi spiace ma il risotto oggi non è previsto» mentre semplicemente lo chef si rifiuta di prepararlo a meno di cinque minuti dalla chiusura della cucina. Per fare sentire a casa una coppia di italiani, è opportuno assicurare loro che la loro cena sarà preparata da un cuoco toscano, anche se in realtà è nato in Salvador. Per liquidare chi è insoddisfatto della temperatura del locale, basta dire: “No, signore, non controllo io l’aria condizionata”.

LE VENDETTE DEI CAMERIERI – Quando la misura è colma, allora si passa alla vendetta. C’è sono quella scontata e banale, come sputare nel piatto prima di servirlo al tavolo con un sorriso smagliante e augurando buon appetito. E ci sono quelle più sottili e divertenti. La signora sulla quarantina che continua a rimandare indietro il suo decaffeinato perché non abbastanza caldo viene messa a tacere con un ustione sulla lingua provocata da un doppio espresso bollente servito in una tazza riscaldata nel forno a 400 gradi, opportunamente poggiata su un piattino freddo. Il sessantenne ricco e arrogante, noto fedifrago, che si presenta ogni giorno con una ventenne diversa e tratta in malo modo il personale, viene ridicolizzato con una semplice domanda a fine pasto: “Sua figlia desidera anche il gelato?” Per farla pagare a un manager che al termine di una cena di lavoro letteralmente butta addosso al cameriere la carta di credito, il modo migliore è fingere che ci siano problemi con la carta e telefonare all’American Express. L’ubriacone molesto che ha importunato clienti e staff per tutta la sera sarà punito con una chiamata anonima alla polizia, in cui si comunica il numero di targa della vettura su cui, gonfio d’alcool, si è messo alla guida. Ma un ristorante non è soltanto una trincea. E’ anche uno straordinario osservatorio sulla vita delle persone. Nella stessa sera possono entrare nel locale un broker di Wall Street accompagnato da una prostituta, due fidanzati che si chiudono un’ora nel bagno delle donne per fare sesso, una coppia di coniugi che tra una portata e l’altra discute sull’opportunità di avere un figlio. Così capita che il cameriere abbia il privilegio di essere il primo a sapere che presto nascerà un bambino. Sono questi brandelli di umanità, secondo Dublanica, la parte migliore del suo lavoro. Mance a parte, s’intende.

Elvira Pollina
16 settembre 2009

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Berlusconi all’inferno, affannato a gettare in una fornace quante più copie possibili della nuova edizione di “Tendenza Veronica”, il libro in cui la moglie racconta tutta la verità sui motivi che l’hanno portata chiedere la separazione dal premier italiano. Non è una vignetta satirica. Si chiama Silvio’s Inferno ed è l’ultimo videogame creato dalla casa di produzione inglese T-Enterprise, specializzata in instant games, giochi dalla grafica semplice, basati su fatti di cronaca o sull’attualità politica. Poco pretenziosi dal punto della grafica e della modalità di gioco, gli instant games devono il loro successo al messaggio ironico e provocatorio, che li fa diffondere in Rete come virus, grazie al passaparola su Facebook o via mail.

POLITICI NEL MIRINO – Ovviamente i bersagli preferiti dei creatori di questa nuova forma di satira interattiva sono i politici. Berlusconi in Silvio’s Inferno veste i panni di un novello Cesare che, evitando una serie di massi, deve bruciare i libri che ne mettono a repentaglio la reputazione. Ma il premier italiano non è l’unica fonte d’ispirazione per i “cattivi” di T-Enterprise. Tra le loro vittime c’è anche Hillary Clinton, il segretario di Stato Americano, protagonista di Hillary: First Blood, in cui è costretta a trasformarsi in Rambo per evitare che il marito Bill le possa “scippare” il merito della liberazione di alcuni ostaggi. In Kingdom of The Waster viene ridicolizzato il premier britannico Gordon Brown che ha chiesto agli inglesi di evitare di gettare troppo cibo nella spazzatura per evitare l’aumento di prezzi e nel gioco è costretto a raccogliere i rifiuti del suo rivale politico, il conservatore Cameroon. Lo stesso Obama è diventato protagonista di numerosi videogames satirici, come Election Incrimination, realizzato ai tempi della corsa alla Casa Bianca, in cui il presidente Usa deve far sparire prove compromettenti dallo studio ovale prima che irrompano giornalisti e telecamere mentre è diventato un cult il gioco in cui bisogna colpire George W. Bush con una scarpa, emulando il gesto del reporter iracheno. Politicamente scorretti e divertenti, il successo di questi giochi-parodia si deve probabilmente all’effetto terapeutico sul giocatore, che può farsi beffe, almeno virtualmente, dei tanto detestati politici. Che sono avvertiti: di qualunque colore siano, prima o poi un videogioco li seppellirà.

  

Corriere della Sera Magazine, luglio 2009, clicca sull'immagine per vedere l'articolo

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La crisi economica, gli assalti dei pirati somali, l’epidemia di febbre suina. Non è la scaletta di un tg. Sono solo alcuni dei temi  che negli ultimi mesi hanno ispirato gli sviluppatori di videogiochi, non più strumenti di evasione dalla realtà, ma sempre più spesso  basati su fatti realmente accaduti, o addirittura su eventi in corso. Somali Show Down, ad esempio,  catapulta il giocatore nel bel mezzo del Golfo di Aden, teatro degli assalti dei pirati somali alle navi mercantili: a lui la scelta se far parte dell’equipaggio del cargo oppure se andare all’arrembaggio.

Scegliere da che parte stare è fondamentale anche in Play the News, in cui si è alle prese con la risoluzione dei più intricati conflitti internazionali, come quello tra israeliani e palestinesi. Complice la crisi, anche  un argomento ostico come l’economia può diventare il soggetto di un videogame: in Debt Ski,  modalità di gioco alla Super Mario,  bisogna recuperare contanti, far fronte alle spese improvvise e utilizzare responsabilmente la carta di credito, evitando di “andare sotto”. Made Off, invece, è un videogioco per iPhone il cui protagonista segue le orme del famigerato Bernie Madoff, il finanziere  americano condannato a 150 anni di carcere per  quella che  è stata definita la più grande truffa di tutti i tempi.

I videogame come strumenti per descrivere e conoscere la realtà, dunque. E, magari, cambiarla. Della loro funzione socio-comunicativa sono convinti enti governativi, onlus e organizzazioni internazionali che li utilizzano come mezzi per  far prendere coscienza delle tematiche di cui si occupano. Lo ha fatto, ad esempio,  Amnesty International con Pictures for Truth, dedicato alla  censura dell’informazione  in Cina.

 Caratterizzati da una grafica spesso essenziale,  i newsgame (o instant game) hanno in Internet Il loro ambiente naturale. In Rete se ne trovano a decine, disponibili gratuitamente, e si diffondono come virus grazie al passaparola via mail o su Facebook. “La potenza comunicativa dei videogiochi sta nel ruolo attivo del giocatore, che può essere usato per suscitare emozioni e dilemmi etici” spiega Paolo Pedercini, ventottenne mantovano  trapiantato a New York. Pedercini è il fondatore di  “La Molle Industria”, gruppo che ha al suo attivo alcuni dei newsgame più irriverenti e discussi del web, come Faith Fighter, un picchiaduro sul cui ring si sfidano profeti e divinità a suon di calci e pugni, a simboleggiare l’intolleranza generata dai fondamentalismi religiosi. “Nella percezione comune i videogiochi non devono affrontare temi “adulti”. Ma qualcosa sta cambiando e i media hanno smesso di incolparli genericamente della devianza dei giovani, come succedeva in passato con il rock’n roll e  i fumetti”.  Massima libertà, quindi, di trattare i temi più controversi. Unica avvertenza, secondo Pedercini: “Non sacrificare mai l’aspetto ludico”. Anche a costo di apparire dissacranti.

 Elvira Pollina

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