GENERAZIONE SETTANTA, GLI ORFANI DELLA STORIA

 

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax

 Palermo, 1978. Sono i giorni del sequestro Moro. Tre ragazzini preadolescenti si organizzano in gruppo che imita le gesta crudeli delle Brigate Rosse. Incapaci di cogliere il senso del dramma che stava attraversando il Paese, si riducono a scimmiottare nel loro piccolo le atrocità dei terroristi, provocando la morte di un loro coetaneo. “Il tempo materiale”, romanzo di esordio del 38enne palermitano Giorgio Vasta, guarda da una prospettiva atipica gli Anni di piombo, periodo che, secondo l’autore, costituisce la più grande occasione mancata dell’ Italia contemporanea.

In che senso durante i giorni del terrorismo l’Italia ha perso un’occasione?
“Lo scivolamento  nella lotta armata da parte di alcune frange della società degli anni ’70 è giustamente interpretato dagli storici come il sintomo del fallimento della possibilità di cambiare le cose in Italia, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. Ma non si tratta solo di questo”.

Ovvero?
“Quello che è mancato nei giorni del sequestro Moro è stata una profonda e collettiva condivisione del dolore. Di fronte ad un evento storico di portata enorme, non si è innescato nessun processo di consapevolezza da parte delle persone, come invece è avvenuto in Germania nel 1989 con la caduta del Muro e in Sudafrica negli anni ’90, quando la coscienza del paese ha fatto i conti con i crimini dell’apartheid grazie alla Truth Commission. In Italia a tutt’oggi non c’è consapevolezza di quello che stava succedendo in quei giorni: anche se sappiamo tutto, ci sfugge il senso, il significato di quegli eventi”.

Che conseguenze ha avuto questo sorta di rimozione collettiva del senso degli eventi?
“Quella più immediata è che la Storia è stata tramutata in chiacchiera, in gossip, in un’accozzaglia di fatti slegati tra loro, che non hanno un significato profondo per le persone. Il tempo ha perso la sua sacralità, si è ridotto a chiacchiera: le decadi   sono fatte solo di ritornelli di canzoni tormentone, di scene di film, di pantaloni a zampa o minigonne, e sono buone solo per scontrarsi tra di loro in prima serata”.

Cosa succede ad un popolo che ha rimosso il senso della propria Storia?
“Il risvolto più grave della rimozione del senso della Storia è la perdita della fiducia nella possibilità  di intervenire negli eventi da parte delle persone. Ci si accontenta di agire nello spettacolo, surrogato della Storia, che oggi prende la forma “democratica” dei reality show”.

E’ quello che succede ai protagonisti del libro?
“Esattamente. Loro assorbono la tensione del sequestro Moro, ma non colgono il significato di quello che viveva  il Paese, e mettono in scena un reality show delle Br, di cui imitano pedissequamente il rituale, scimmiottandolo e rendendolo comico, quando in realtà dietro di esso si nasconde una ferocia senza pietà. Lo viviamo ogni giorno sulla nostra pelle: ‘ il sabotaggio del tragico, per cui gli italiani si sentono imbarazzati verso tutto ciò che è serio e lo riducono in farsa”.

Lei all’epoca del sequestro Moro aveva la stessa età dei protagonisti del romanzo. Cosa è rimasto alla sua generazione di quei giorni?
“Io e gli altri della mia generazione eravamo dei bambini nel 1978 e abbiamo per forza di cose avuto una percezione disgregata di quello che stava succedendo. Ma molti di noi non sono riusciti a capirlo nemmeno dopo, proprio perchè non è stata costruita una narrazione di senso collettivo di quei fatti. Questo ha reso la mia generazione orfana della sua storia. Per questo ho sentito il bisogno di narrare quei giorni. Solo con la narrazione, ben diversa dalla spettacolarizzazione del tempo che vediamo in tv, poeti, scrittori, autori teatrali e registi possono aiutare a ricostruire il senso perduto della Storia”.

 

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