UN PO’ DI MAX

Ripropongo qui sotto alcuni miei pezzi pubblicati in questi mesi (periodo marzo – maggio 2009) per il sito del mensile Max. Buona lettura! 🙂

PHOTOSHOP E TI TAROCCO IL MONDO

Vasen, di Erik Johansson, immagine da http://www.alltelleringet.com/

Vasen, di Erik Johansson, immagine da http://www.alltelleringet.com/

 

 Photoshop, ovvero tarocco. È questa l’opinione più diffusa. Ma il tarocco, a volte, può essere un capolavoro. Perplessi? Allora date un occhio ai lavori di questo fotografo svedese, Erik Johansson, anni 23. In qualche modo ricordano le opere dei pittori surrealisti. Erik ha scattato le foto con la sua macchina digitale e poi le ha modificate con il diabolico programma di ritocco delle immagini con una maestria che lascia a bocca aperta. Così, come in uno spettacolo illusionista, le gambe con indosso i jeans finiscono sull’asse da stiro per un ultimo ritocco della piega, l’acqua del mare di un dipinto cade sui piedi della ragazza che lo sta appendendo al muro e le braccia si frantumano in mille pezzi nel tentativo di salvare un vaso di porcellana. Ecco come il tarocco può trasformarsi in un’opera d’arte.

 

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IRI5, IL NASTRO SI FA ROCK

Lead The way, Iri5, da http://www.flickr.com/photos/iri5

Lead The way, Iri5, da http://www.flickr.com/photos/iri5

 

 Due bobine di nastro dentro un vano di plastica. Ovvero la cassettina, il supporto musicale di chi è cresciuto prima dei Cd e degli Mp3. Un reperto archeologico nell’era dell’Ipod e della musica “liquida”, leggera e facilmente trasportabile da un dispositivo all’altro. Quelli che sono cresciuti con le musicassette passavano i pomeriggi aspettando che la hit del momento passasse in radio per premere il tasto REC ed avevano la macchina piena di compilation fatte in casa. Altri tempi. Ma c’è chi per le vecchie audiocassette ha trovato una nuova funzione. Lei si chiama Iri5, alias Erika Iris Simmons, ed è un’artista americana di 25 anni, che utilizzando il nastro delle sue vecchie audiotape ha realizzato dei fantastici ritratti dei miti del rock. I volti di Bob Dylan, Jim Morrison e Jimi Hendrix, come per magia, “escono fuori” dalle cassette che per anni hanno portato in giro la loro musica. Vere e proprie opere d’arte. Anche se alla loro vista, i ragazzi cresciuti con la cassettina nel walkman probabilmente si metteranno le mani nei capelli, ricordando le ore passate a riavvolgere la pellicola quando rimaneva impigliata nel maledetto mangianastri.

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GWON OSANG TI SCOLPISCE CON UN CLIC

Red Sun di Gwon Osang

Red Sun di Gwon Osang

 

Fotografie tridimensionali a grandezza naturale, o se volete, foto-sculture. Sono le opere di Gwon Osang, poco più di 30 anni, esponente dell’avanguardia artistica sudcoreana. Il suo approccio alla scultura è di un’originalità assoluta: Osang scatta centinaia di fotografie ai suoi soggetti, poi le taglia in minuscole parti, e ricompone le figure incollando i pezzi su leggerissimi manichini a grandezza naturale. Un lavoro certosino che crea un effetto unico: ad occhio nudo sembra di avere a che fare con sculture in ceramica. Osang combina uno studio accuratissimo dell’anatomia e del movimento umano con una grande immaginazione, che porta i suoi “personaggi” ad assumere pose improbabili o ad avere alcuni caratteri accentuati. I suoi lavori sono spesso esposti in giro per il mondo. E poi, ovviamente, sono visibili sul suo sito.

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SORRIDI, SEI SU GOOGLE

Google a Notre Dame, di Filippo Minelli

Google a Notre Dame, di Filippo Minelli

 

Un mondo dove tutto è offerto – e controllato – da Google. Forse un giorno ci arriveremo, intanto Filippo Minelli, artista bresciano di 26 anni, ha giocato su questa suggestione per creare dei piccoli capolavori. Da un anno ormai attacca il logo di Google nei posti dove mai ti aspetteresti di trovarlo e scatta una foto. “Ho cominciato per scherzo, prendendo in giro la produttività dei laboratori di Mountain Views, capaci di sfornare continuamente nuovi servizi” ricorda Filippo, che modifica di volta il volta il marchio di Big G, immaginando i nomi di fantomatiche applicazioni “powered by Google”.

Filippo viaggia spesso da un paese all’altro per lavoro: «Ovunque vada non mi lascio sfuggire l’occasione di attaccare il logo, in posti dove crea un effetto particolare, direi quasi di straniamento». Sulla muraglia cinese, nei vagoni della metropolitana di Bilbao, tra i banchi della cattedrale di Notre Dame a Parigi, sulle condutture di un gasdotto di Ulaan Bataar, in Mongolia. Filippo, che ha iniziato i graffiti per le vie di Brescia, oggi è uno dei pochi che riesce a mantenersi con la sua arte. Riesce ad esporre in suoi lavori, raccolti sul suo portfolio online, in gallerie italiane e straniere.

Quelli su Google gli hanno regalato un’inaspettata notorietà sul web. Il motivo? Filippo se lo spiega così.“Accostando un marchio come quello di Google a contesti e situazioni che nulla hanno a che vedere con la realtà virtuale è un modo per far vedere la contraddizione di chi vive Internet come se fosse il mondo reale. Una contraddizione che evidentemente provano in molti”.

 

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