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Sfide

Ognuno ha la sfida da vincere, a Milano. I tre stranieri abbarbicati da 17 giorni sulla Torre dell’Ex Carlo Erba provano a far capire che avere un lavoro in Italia per poter essere nella legalità non basta e che molti si sono approfittati proprio del loro desiderio di poter vivere alla luce del sole.

I frequentatori del centro fitness a due passi (ma proprio due) dalla Torre che spunta come un fungo dal marciapiede di via Imbonati, unico residuo di un passato industriale lontano anni luce, provano a scolpire meglio il loro corpo, lavorando sugli addominali in vista delle vacanze natalizie, dove dovranno affrontare inevitabili abbuffate.

La metropoli è il luogo delle contraddizioni e i testi di sociologia urbana lo spiegano bene. Ma guardare con i propri occhi quegli uomini a 40 metri di altezza e sbirciare i movimenti di quegli altri attraverso le vetrate della palestra fa effetto.

Due mondi, a due passi l’uno dall’altro, che nemmeno si conoscono. “Ma cos’è che vogliono questi?” chiede un ragazzo, tuta e borsa a tracolla, prima di sparire dietro le porte scorrevoli del centro. Quelli lassù lo urlano da due settimane, con un megafono.  Non basta per farsi ascoltare.

SE I MEDIA DIVENTANO UN CONFESSIONALE DEL GF

Si dice che la prima edizione del Grande Fratello sia stata la più bella perché è stata la più genuina. I ragazzi dentro la casa di Cinecittà erano davvero delle cavie di laboratorio, e si comportavano con estrema naturalezza.

Se erano doppi, o falsi – per usare un aggettivo che i protagonisti dei reality show usano spesso per accusarsi l’uno con l’altro – lo erano, appunto tra di loro. Come lo si è nella vita, mi verrebbe da dire, quando parte il pettegolezzo maligno sul collega non appena questi si alza per andare a pranzo.

Chi è entrato nella Casa nelle edizioni successive lo ha fatto consapevole del riscontro che il programma ha avuto fuori. E in particolare di quali comportamenti il pubblico e i media premiano e quali, invece, condannano senza appello. Ecco perché i concorrenti del Grande Fratello riescono ad essere falsi due volte: nei confronti dei loro coinquilini ma anche verso il pubblico e i mass media, che cercano di conquistare, di sedurre, assecondando quelle che sono le sue aspettative.

Se è vero che Sabrina Misseri è coinvolta in qualche modo nell’omicidio della cugina, il suo comportamento è davvero simile a quello di un personaggio da reality. Da quando è scomparsa Sarah ha fatto tutto quello che la “ggente” si aspettava da lei. Ha organizzato fiaccolate, ha lanciato appelli, ha promosso ricerche. E ha usato i media con un’abilità da fare invidia al più scafato degli addetti stampa, inviando sms ai giornalisti nelle giornate immediatamente successive all’arresto del padre e il giorno del funerale di Sarah. Per far sapere ai tg che “ il padre doveva pagare per quello che aveva fatto” e che zia Concetta “era stata una grande, perché l’aveva abbracciata nella camera ardente”. La condanna del mostro e l’assoluzione da parte della madre della vittima. Quello che il pubblico voleva sentire. Quello che i media, facendosi usare come un confessionale del Grande Fratello, hanno fatto sentire e vedere. Forse Sabrina, che aveva undici anni quando Cristina e compagni varcavano la soglia della  porta rossa, sperava nel televoto.

LE MANIE DI OBAMA

 Anche i presidenti hanno le loro manie. Ecco a che cosa non riesce proprio a rinunciare Barack Obama.

TOGLIETEGLI TUTTO MA NON IL BLACKBERRY – Obama tiene continuamente sott’occhio il suo Blackberry, ormai per tutti BarackBerry. Nonostante i servizi di sicurezza gli abbiano chiesto di accantonarlo per il timore possano essere violati i suoi dati, mettendo a rischio la sua privacy , Obama l’ha spuntata e continuerà a telefonare e mandare mail dal suo palmare.

TUTTE LE BIONDE DEL PRESIDENTE – Fumatore accanito in passato, Obama ce la sta mettendo tutta per smettere. Consuma quantità industriali di Nicorette, la gomma alla nicotina che aiuta chi vuole diventare un ex fumatore. Ma qualche sigaretta se la concede ancora. La marca? Tutto il web se lo chiede. Pare che le sue bionde preferite siano le Camel Light.

BOMBER A CANESTRO
– Durante la corsa elettorale, Obama ha detto che gli sarebbe dispiaciuto trasformare la pista da bowling della Casa Bianca, voluta da Truman, in un campo da basket, sport in cui è piuttosto dotato, tanto che alle superiori lo soprannominavano O’Bomber. Collaboratori e ospiti sono avvisati: Obama potrebbe invitarli a due tiri a canestro per smaltire lo stress.

HOT DOG, CHILI, PIZZA E LINGUINE – Il blitz di qualche giorno fa in un fastfood di Washington ha fatto conoscere al mondo la passione di Barack per gli hotdog. Ne ha scelto uno al chili, la salsa che metterebbe ovunque. A Chicago, invece, Obama era cliente affezionato di Italian Fiesta, pizzeria vicino ad Hyde Park, famosa per la pasta sottile delle sue pizze. Ma il suo piatto preferito sono le linguine ai gamberi della moglie Michelle.

CONTRO LE FORZE DEL MALE – Alla Casa Bianca dovrebbe esserci spazio sufficiente per ospitare le collezioni di fumetti di Conan Il Barbaro e Spiderman, che Obama non ha mai smesso di leggere. Di certo conserverà con cura la copia dell’ Uomo Ragno della scorsa settimana, che lo vede tra i protagonisti accanto all’eroe della Marvel.

DOLCE DORMIRE – Ma quello che Obama ama di più è dormire fino a tardi la domenica mattina, insieme alle due figlie. In un’ intervista ha raccontato che più di una volta la moglie Michelle è stata costretta a svegliarlo bruscamente, accendendo la luce, perchè all’ ora di pranzo era ancora a letto con le piccole Malia e Sasha. Forse a questo privilegio Mr. President dovrà proprio rinunciare.

 

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GENERAZIONE SETTANTA, GLI ORFANI DELLA STORIA

 

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax

 Palermo, 1978. Sono i giorni del sequestro Moro. Tre ragazzini preadolescenti si organizzano in gruppo che imita le gesta crudeli delle Brigate Rosse. Incapaci di cogliere il senso del dramma che stava attraversando il Paese, si riducono a scimmiottare nel loro piccolo le atrocità dei terroristi, provocando la morte di un loro coetaneo. “Il tempo materiale”, romanzo di esordio del 38enne palermitano Giorgio Vasta, guarda da una prospettiva atipica gli Anni di piombo, periodo che, secondo l’autore, costituisce la più grande occasione mancata dell’ Italia contemporanea.

In che senso durante i giorni del terrorismo l’Italia ha perso un’occasione?
“Lo scivolamento  nella lotta armata da parte di alcune frange della società degli anni ’70 è giustamente interpretato dagli storici come il sintomo del fallimento della possibilità di cambiare le cose in Italia, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. Ma non si tratta solo di questo”.

Ovvero?
“Quello che è mancato nei giorni del sequestro Moro è stata una profonda e collettiva condivisione del dolore. Di fronte ad un evento storico di portata enorme, non si è innescato nessun processo di consapevolezza da parte delle persone, come invece è avvenuto in Germania nel 1989 con la caduta del Muro e in Sudafrica negli anni ’90, quando la coscienza del paese ha fatto i conti con i crimini dell’apartheid grazie alla Truth Commission. In Italia a tutt’oggi non c’è consapevolezza di quello che stava succedendo in quei giorni: anche se sappiamo tutto, ci sfugge il senso, il significato di quegli eventi”.

Che conseguenze ha avuto questo sorta di rimozione collettiva del senso degli eventi?
“Quella più immediata è che la Storia è stata tramutata in chiacchiera, in gossip, in un’accozzaglia di fatti slegati tra loro, che non hanno un significato profondo per le persone. Il tempo ha perso la sua sacralità, si è ridotto a chiacchiera: le decadi   sono fatte solo di ritornelli di canzoni tormentone, di scene di film, di pantaloni a zampa o minigonne, e sono buone solo per scontrarsi tra di loro in prima serata”.

Cosa succede ad un popolo che ha rimosso il senso della propria Storia?
“Il risvolto più grave della rimozione del senso della Storia è la perdita della fiducia nella possibilità  di intervenire negli eventi da parte delle persone. Ci si accontenta di agire nello spettacolo, surrogato della Storia, che oggi prende la forma “democratica” dei reality show”.

E’ quello che succede ai protagonisti del libro?
“Esattamente. Loro assorbono la tensione del sequestro Moro, ma non colgono il significato di quello che viveva  il Paese, e mettono in scena un reality show delle Br, di cui imitano pedissequamente il rituale, scimmiottandolo e rendendolo comico, quando in realtà dietro di esso si nasconde una ferocia senza pietà. Lo viviamo ogni giorno sulla nostra pelle: ‘ il sabotaggio del tragico, per cui gli italiani si sentono imbarazzati verso tutto ciò che è serio e lo riducono in farsa”.

Lei all’epoca del sequestro Moro aveva la stessa età dei protagonisti del romanzo. Cosa è rimasto alla sua generazione di quei giorni?
“Io e gli altri della mia generazione eravamo dei bambini nel 1978 e abbiamo per forza di cose avuto una percezione disgregata di quello che stava succedendo. Ma molti di noi non sono riusciti a capirlo nemmeno dopo, proprio perchè non è stata costruita una narrazione di senso collettivo di quei fatti. Questo ha reso la mia generazione orfana della sua storia. Per questo ho sentito il bisogno di narrare quei giorni. Solo con la narrazione, ben diversa dalla spettacolarizzazione del tempo che vediamo in tv, poeti, scrittori, autori teatrali e registi possono aiutare a ricostruire il senso perduto della Storia”.

 

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MEL RAMOS E LE PIN UP NEI PANINI

Non sono solo i giovani artisti emergenti ad usare internet per far conoscere le proprie opere. Mel Ramos, 73 anni, uno dei pochi esponenti della pop art ancora in attività, ha scelto la Rete per far conoscere le sue opere, che continuano ad essere richieste per esposizioni in tutto il mondo. Ramos, che ha un proprio sito non ha mai ostacolato la diffusione dei suoi lavori sul web. Del resto la sua arte si caratterizza per essere riuscita a precorrere i tempi: a partire dagli Anni Sessanta, quando si affermava il movimento della Pop -art, guidato da un certo Andy Warhol, Ramos iniziò a creare una serie di opere che accostavano il nudo femminile ai più comuni prodotti di consumo, così come erano rappresentati nelle reclame.
Il tutto in un’epoca in cui il nudo di donna, di cui la pubblicità oggi fa spesso uso per attirare l’attenzione, era un tabù. E il corpo senza veli di un’ attrice che reclamizzava l’ultimo modello di auto o il dentifricio si poteva appena immaginarlo. Ramos fece di più, ritraendo i corpi di pin up senza veli accanto a “prodotti inncoenti”, come la bottiglia di Coca Cola, l’hamburger, le patatine fritte di McDonald’s, i sigari e i pacchetti di sigarette, la stecca di cioccolato, il tubo di caramelle. Prodotti che diventano “hot”, senza per questo scadere nella volgarità, ma con un tocco d’ironia.

In molti casi, Ramos si è ispirato a donne famose del cinema e dello spettacolo. Come quando, con la sua matita, ha fatto sedere una sensualissima Virna Lisi su un panino: Virnaburger, così si chiama l’opera, testimonia come il fascino dell’attrice italiana avesse attraversato l’Oceano. Anche l’ex modella tedesca Claudia Schiffer è finita in un hotdog. Non poteva mancare, ovviamente, l’icona pop per eccellenza: Marylin Monroe, che Ramos ha immaginato di spiare da dietro un buco della serratura.

Oggi le opere di Ramos continuano a viaggiare per il mondo, e a partecipare a numerose esposizioni. Alcune, tra cui Virnaburger, sono state a Roma l’anno scorso, ospiti di una mostra dedicata al movimento artistico presso le scuderie del Viminale. Ma per tutti quelli che vogliono ammirarle non è necessario attendere la prossima esposizione: basta fare un tour per la Rete alla scoperta di un artista pop nel vero senso del termine.

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YES, HE DID. BUONGIORNO AMERICA.

FERRARA ABORTISCE FACEBOOK

 

 

Dopo l’aborto, Giuliano Ferrara ha trovato un altro nemico: Facebook. In un articolo comparso sul quotidiano Il Foglio, a firma di  Annalena Benini, il social network viene definito nient’altro che uno sfascia famiglie. Il motivo? Il matrimonio di una collega è saltato per colpa di alcune dinamiche facebookiane. Perché, in realtà, Facebook altro non sarebbe che un “immenso e virtuale mondo rimorchiabile” e “affermarlo – scrive la Benini – significa fare servizio pubblico”.

Ora, posto che le corna e  le nozze annullate all’ultimo secondo ci sono sempre state e che la gelosia esisteva ben prima di internet e dei social network, definire Facebook il sito dello struscio, delle foto e dei messaggi ammiccanti, e degli ex partner che ricompaiono dopo anni sotto forma di amici nella lista dei contatti, è abbastanza riduttivo. Certo, su Facebook c’è anche questo. C’è il cazzeggio, c’è il marketing, c’è la pubblicità, ci sono gruppi impegnati in cause giuste e meno giuste, o che condividono le stesse passioni o aborriscono le stesse cose.

Per esempio, c’è un “Giuliano Ferrara’s Fan Club”, che al momento conta 194 iscritti (ironia della sorte, è lo stesso numero della legge che regolamenta l’aborto e che Ferrara vede con il fumo negli occhi), i quali ogni giorno seguono, commentano e dibattono su quanto scritto e detto dall’Elefantino. Ma c’è anche un gruppo, composto da 304 persone, che si chiama “Abortiamo Giuliano Ferrara”. Non è che magari il direttore del Foglio se l’è un po’ presa per questo?