Gli angeli volano sulla ali della crisi – Il Mondo, 25 giugno 2010

In tempi di crisi scommettere su imprese innovative è meno rischioso che puntare sui mercati finanziari. La community dei business angel italiani ne è convinta. “In momenti d’incertezza come questo i leader di mercato s’indeboliscono e c’è più spazio per le new entry” spiega Lorenzo Franchini, managing director di Iag (Italian Angel for Growth) il gruppo più consistente all’interno di Iban ( Italian business network association), che raccoglie gli investitori informali italiani. Quelli cioè che giocane una parte del loro portafoglio su start up innovative, cui forniscono risorse per intraprendere o proseguire la propria attività di sviluppo. Secondo una ricerca di Iban relativa al 2009, l’ammontare delle risorse investite, che supera la cifra dei 31 milioni di euro, ha subito una leggera crescita rispetto l’anno precedente (+1,2%).

 “C’è stata una riduzione delle somme investite in ciascun progetto, compensata però dal fatto che, proprio per ridurre i rischi, molti hanno diversificato, lanciandosi in investimenti comuni” osserva il presidente di Iban Paolo Anselmo. Quali sono i settori in cui gli angel stanno concentrando le loro attenzioni in questo momento? A farla da padrone è il med-tech, ovvero l’area legata allo sviluppo di strumentazioni diagnostiche, che nell’ultimo anno ha conosciuto un vero e proprio boom, attirando il 27% dei finanziamenti, grazie alla promessa di sbarco sul mercato in tempi brevi. Seguono i servizi per le imprese (18%), il settore manifatturiero-industriale (17%) mentre l’Ict e internet pagano una certa saturazione e insieme raccolgono appena il 14%.

Ma qual è l’identikit del business angel nostrano? I profili sono diversi. C’è l’ ex manager in pensione che vuole mettere a frutto la propria esperienza investendo nel settore in cui ha lavorato per anni. C’è l’ imprenditore che ha beneficiato di plusvalenze consistenti dalla vendita della propria azienda e cerca di “restituire” al mercato parte della sua fortuna investendo in progetti giudicati meritevoli e potenzialmente profittevoli. Ci sono dirigenti e consulenti tuttora in attività che desiderano sfruttare le competenze maturate un determinato ambito.

 Il tratto comune è una disponibilità finanziaria che si attesta attorno al milione di euro. La parte destinata all’angel investing si aggira attorno ai 150-200 mila euro. “Si tratta di cifre non elevatissime, che però sono d’importanza vitale per le aziende in via di sviluppo” osserva Anselmo. Investimenti a cui si aggiunge un aiuto in termini di consulenza manageriale e di conoscenza del mercato, oltre che un patrimonio di contatti nei diversi settori, elementi di cui spesso le start up sono prive. Ed è questa partecipazione alla definizione della strategia aziendale il contributo forse più prezioso che i business angel offrono alle imprese in via di sviluppo. Ne è fortemente convinto Antonio Leone, 68 anni, alle spalle una carriera nel settore farmaceutico che lo ha portato a ricoprire, tra l’altro, la carica di amministratore delegato di Kontron-Roche. Leone è entrato nella community di Iban lo scorso anno e, come una macchina di guerra, ha valutato 300 progetti arrivati sulla sua scrivania. Ma per il momento ha concretizzato soltanto un investimento, puntando su Xeptagen, azienda del parco scientifico tecnologico di Venezia, che sta mettendo a punto una serie di strumenti per la diagnosi precoce del cancro. Le altre realtà in cui sta valutando un’ entrata – 5 in tutto– sono sempre nell’ambito delle tecnologia medicale. “E’ il campo in cui ho lavorato una vita e in cui riesco a valutare più facilmente le potenzialità di un prodotto o un’idea”spiega Leone, sicuro che la scelta di investire da parte di un business angel esperto di settore possa essere un buon biglietto da visita per attirare altri finanziatori. Punta sul med-tech anche Lorena Capoccia, 51 anni, una carriera di manager nel settore degli impianti industriali, ora alla guida dell’azienda di famiglia. Entrata nel mondo dell’angel investing un anno e mezzo fa, ha un finanziamento all’attivo e un altro in fase di definizione. Per lei è fondamentale fare interiorizzare il business plan, che spesso rischia di rimanere sono sulla carta. “Scelgo d’impegnarmi solo se si stabilisce che posso dire la mia sulla parte gestionale” spiega.

Risale a tempi meno recenti – era il 2006 – l’entrata nel network Iban di Valerio Caracciolo, 52 anni, attuale amministratore delegato di AgriPower, azienda inserita nel business delle biomasse, con una lunga carriera imprenditoriale alle spalle oltre che una parentesi nel settore del non profit. “Sono interessato soprattutto all’originalità” racconta Caracciolo, finanziatore di Lisa Airplanes, start up francese che sta per lanciare sul mercato un modello di aereo ultraleggero in fibra di carbonio capace di decollare e atterrare sull’acqua. “Devo dire che finora sono stato fortunato, perché nessuno delle aziende cui ho partecipato è fallita” ammette. Un dato di cui andare orgogliosi, se si pensa che la percentuale d’insuccesso, ovvero di perdita parziale o totale, stando ai dati forniti da Iban, nel 2009 si è attestata al 27%. Per abbassare il rischio la strategia prediletta dagli angel investor è l’impegno in prima persona nella gestione aziendale. E’ la strada scelta da Antonello Saccomanno, 42 anni, consulente aziendale che si è avvicinato al mondo della ricerca e sviluppo attraverso una serie di collaborazioni con spin off dell’università di Salerno. Finché nel 2008 non ha scelto di finanziarne uno, Spring Off, che ha creato un ammortizzatore intelligente. C’è chi è entrato nel club proprio quando i mercati finanziari venivano squassati dalla crisi, come Lorenzo Podestà, uno dei pionieri di internet in Italia, angel di Biogenera, start up che ha messo a punto una molecola per il trattamento dei tumori pediatrici. Ancora più recente l’entrata di Giandomenico Sica, che a soli 28 anni, dopo aver creato Polimetrica, casa editrice di libri scientifici e universitari, ha deciso di trasformarsi in angel. Sta valutando una serie di proposte, ma non ha ancora deciso. “Quello a cui presto attenzione – dice, parlando da veterano – sono le scelte fatte per mettere in moto l’idea. E’ da lì che si capisce se nel team c’è la stoffa per sfondare”.

Elvira Pollina

Il Mondo, 25 giugno 2010, pdf

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QUI IL CAPO E’ UN INCAPACE, MEGLIO UN ALTRO POSTO, Il Mondo, 21 maggio 2010

 

Negli Stati Uniti sono da tempo il punto di riferimento per chi sta cercando un impiego o vuole cambiarlo: Vault, Jobvent e Glassdoor sono spazi online in cui i dipendenti delle imprese valutano il loro ambiente di lavoro, offrendo uno spaccato della vita interna dell’azienda e rendendo pubblici i loro stipendi e le loro mansioni. Ora il fenomeno arriva in Italia, grazie a Sopo (www.sopo.it ) e Lavoriamoci Su (www.lavoriamocisu.it  ), entrambi in Rete da pochi mesi ma già con un buon seguito di utenti. Si tratta di due siti su cui ognuno può dare, in maniera anonima, un voto alle propria situazione lavorativa in base a una serie di parametri: dal rapporto tra impegno richiesto e vita privata alle possibilità di carriera, dai benefit alle capacità del management. E poi esprimere un giudizio sintetico. Il risultato sono delle classifiche sul livello di qualità della vita nelle varie aziende, aggiornate in tempo reale e visibili a tutti.

Fino ad oggi questo tipo d’ informazioni sul web italiano si poteva trovare all’interno di forum di settore e blog. “Noi cerchiamo di offrirle in maniera strutturata” spiega Chiara Parisi, 31 anni, human resource manager presso una multinazionale italiana , e ideatrice , insieme al fratello Stefano, di Sopo, portale nato grazie ad un finanziamento a fondo perduto che la Regione Puglia ha assegnato nel 2008 a una serie di progetti imprenditoriali messi in piedi da giovani al di sotto dei trent’anni.“Tutto è partito dalla constatazione che negli annunci e nei colloqui di lavoro l’impresa tende ad offrire ai candidati una certa immagine di se’, di cui spesso non c’è riscontro tra i dipendenti” racconta Stefano Parisi. La verità, quindi, è che, condizioni contrattuali a parte, entrare in un’ azienda spesso è un vero proprio salto nel buio. Ecco, dunque, la ragion d’essere di questi portali: offrire una panoramica della vita interna dell’impresa, ospitando il punto di vista di chi ne fa parte, secondo la logica della trasparenza.

Ma c’è la possibilità che il ranking venga in qualche modo condizionato dalle stesse imprese? “Falsificare la realtà aziendale è estremamente difficile” assicura Manuela Magnoni, responsabile marketing di Lavoriamoci su, portale di proprietà della società emiliana Dot Company, specializzata nella creazione di piattaforme web, online dal febbraio dell’anno scorso. “Noi permettiamo alla nostra community di commentare i giudizi: gli utenti stessi possono chiedere conto di una valutazione che non è in linea con la loro esperienza diretta o con la posizione in classifica dell’impresa” aggiunge Magnoni. Sopo, invece, è dotato di un algoritmo che blocca i commenti in odore di spamming: le recensioni fotocopia che arrivano dallo stesso indirizzo Ip a distanza di pochi minuti non vengono pubblicate.

La sfida di questi portali, entrambi in fase di start-up, è sviluppare un proprio modello di business mantenendo l’ indipendenza dal mondo aziendale. “Nella nuova versione di Lavoriamoci Su le imprese potranno acquistare uno spazio, usandolo per dialogare con gli utenti, illustrando le misure messe in atto per superare le criticità o inserendo annunci di lavoro” spiega Magnoni. Qualcosa di simile farà anche Sopo, che però pensa anche di sfruttare i dati raccolti per stilare dei report per settori o aree geografiche e di venderli, sul modello di quello che fa il portale americano Vault. E le aziende, come reagiscono quando si vedono messe a nudo su web? Da entrambi i portali raccontano di telefonate con cui si chiedeva di rimuovere una recensione non gradita. Qualcosa che – assicurano i responsabili dei siti – non è prevista, a meno che i commenti non violino il codice etico e le regole di condotta . Per farla breve, la rimozione scatta solo se nel commento si usano termini offensivi o si scade nell’insulto personale, e non perché la valutazione assegnata all’impresa non supera la sufficienza.

Lecito domandarsi, però, se in un periodo in cui l’offerta è ridotta ha senso parlare di qualità del lavoro. “Con la crisi le imprese hanno il coltello dalla parte del manico, ma è bene ricordare che le opportunità d’impiego ci sono, anche se inferiori rispetto a qualche anno fa” osserva Maurizio Gamberini, direttore di Trovolavoro.it. Insomma, con la dovuta prudenza, chi ha un impiego si guarda attorno e se può cerca di meglio. E in questo senso secondo Gamberini sono soprattutto le imprese di medie dimensioni che potrebbero sfruttare il flusso comunicativo innescato dai portali di job ranking. “Spesso in realtà aziendali non molto conosciute si offrono condizioni di lavoro soddisfacenti, che però restano nell’ombra e che invece questi portali potrebbero contribuire a mettere in luce” spiega il direttore di Trovolavoro.it.

“Per le aziende si tratta di un’enorme opportunità: l’importante è saperla cogliere” conferma Eugenio Amendola di Anthea Consulting. Amendola è uno dei massimi esperti italiani di employer branding, ovvero quella branca del marketing che fa del dipendente una leva nella costruzione del marchio aziendale. Che passa, oggi, anche attraverso l’attenzione verso portali come questi “capaci di veicolare informazioni dotate di enorme credibilità negli utenti perché frutto di una comunicazione informale non guidata” spiega Amendola. L’errore più grande, dunque, è far finta di niente. “Negativi o positivi che siano i commenti vanno monitorati, e vanno cercate forme d’interazione con la community per beneficiare dei giudizi positivi o spiegare il proprio impegno per ovviare a una situazione sfavorevole” .

Elvira Pollina

Il Mondo, 21 maggio 2010, pdf

SE I MEDIA DIVENTANO UN CONFESSIONALE DEL GF

Si dice che la prima edizione del Grande Fratello sia stata la più bella perché è stata la più genuina. I ragazzi dentro la casa di Cinecittà erano davvero delle cavie di laboratorio, e si comportavano con estrema naturalezza.

Se erano doppi, o falsi – per usare un aggettivo che i protagonisti dei reality show usano spesso per accusarsi l’uno con l’altro – lo erano, appunto tra di loro. Come lo si è nella vita, mi verrebbe da dire, quando parte il pettegolezzo maligno sul collega non appena questi si alza per andare a pranzo.

Chi è entrato nella Casa nelle edizioni successive lo ha fatto consapevole del riscontro che il programma ha avuto fuori. E in particolare di quali comportamenti il pubblico e i media premiano e quali, invece, condannano senza appello. Ecco perché i concorrenti del Grande Fratello riescono ad essere falsi due volte: nei confronti dei loro coinquilini ma anche verso il pubblico e i mass media, che cercano di conquistare, di sedurre, assecondando quelle che sono le sue aspettative.

Se è vero che Sabrina Misseri è coinvolta in qualche modo nell’omicidio della cugina, il suo comportamento è davvero simile a quello di un personaggio da reality. Da quando è scomparsa Sarah ha fatto tutto quello che la “ggente” si aspettava da lei. Ha organizzato fiaccolate, ha lanciato appelli, ha promosso ricerche. E ha usato i media con un’abilità da fare invidia al più scafato degli addetti stampa, inviando sms ai giornalisti nelle giornate immediatamente successive all’arresto del padre e il giorno del funerale di Sarah. Per far sapere ai tg che “ il padre doveva pagare per quello che aveva fatto” e che zia Concetta “era stata una grande, perché l’aveva abbracciata nella camera ardente”. La condanna del mostro e l’assoluzione da parte della madre della vittima. Quello che il pubblico voleva sentire. Quello che i media, facendosi usare come un confessionale del Grande Fratello, hanno fatto sentire e vedere. Forse Sabrina, che aveva undici anni quando Cristina e compagni varcavano la soglia della  porta rossa, sperava nel televoto.

Italia-Serbia, se la cronaca va oltre il calcio di rigorec’è il vuoto

E’ un post difficile da categorizzare. Non si parla di sport, perché
un manipolo di ultras che tengono in scacco l’Italia e Genova non hanno niente a che fare con il calcio. Non si parla di politica, perché, davvero, voglio ancora credere che la politica sia altro da questo. Quello che e’ andato in scena venerdì scorso allo stadio Marassi, dove doveva giocarsi una partita di qualificazione ai prossimi Europei, e’ un misto di ismi: estremismi, nazionalismi, isterismi. Il rimpallo di responsabilità tra autorità italiane e serbe aggiunge squallore allo squallore. Grottesca la testimonianza di un padre, che ha portato il figlio allo stadio: il bambino e’ stato perquisito, gli ultras serbi sono entrati indisturbati sugli spalti armati di fumogeni, taglierini, spranghe di ferro. Mentre la telecronaca della diretta offerta da Raiuno ha messo in evidenza tutti i limiti del giornalismo di settore e del commentatori improvvisati: nessuno e’ stato in grado di contestualizzare la coloritura politica delle ” intemperanze dei tifosi serbi”.

Bar Sport Reloaded – Il Mondiale che non si vede

Provo a rivitalizzare una sezione del blog rimasta al palo negli ultimi due anni, ovvero BarSport. Per tanti motivi, che non sto qui a spiegare.

Comincio con un post che riguarda un altro tipo di palla, quella che si schiaccia, si alza e si riceve.

Forse non tutti sanno che in questi giorni il nostro paese ospita il Mondiale di Volley. Colpa di una copertura mediatica davvero non all’altezza, forse di una formula eccessivamente prolissa, forse della spalmatura su più città (dieci per la precisione), con inevitabile diluizione dell’evento.

Fatto sta che  ho come l’impressione che gli sportivi italiani si stiano perdendo qualcosa. Come sta andando la nazionale?  Bene, ha già conquistato l’accesso alla terza fase, che si giocherà a Roma. Bisogna però dire che finora gli azzurri non hanno incontrato avversari davvero all’altezza.  

Per tutti quelli che vogliono saperne di più, consiglio una visita a volleyball.it, che segue la manifestazione passo passo, ed è stata per me una bussola preziosa nelle tre serate passate al forum di Assago a commentare le partite degli azzurri per l’Ansa.

                                     

Il vulcano fa esplodere il carpooling / Wired.it

Il vulcano fa esplodere il carpooling

La riscossa del passaggio parte dal web. Piantati a terra dal blocco dei cieli, i viaggiatori hanno riscoperto quella pratica resa mitica da Jack Kerouac che con il suo On the road ne ha fatta una vera filosofia di vita. Niente pollice alzato ai bordi della strada, però. Semmai le dita sono impegnate su tastiere e trackpad di smartphone e netbook, in queste ore vere e proprie ancore di salvezza per passeggeri disperati. Perché lo strappo, nel 2010, si chiede online.

Le piattaforme di carpooling, che consentono ai viaggiatori di condividere il viaggio in auto previo il pagamento delle spese, in questi giorni stanno conoscendo un vero e proprio boom di accessi e di richieste di aiuto da parte di chi deve assolutamente arrivare a destinazione. Postoinauto.it parla di un 50% di contatti in più, mentre passaggio.it ha registrato una crescita del 30%, con il 70% delle offerte per Roma, Torino e Bologna per oggi già prenotato.

Il meccanismo del carpooling online è semplice: chi ha in programma un viaggio in auto ed ha dei posti liberi a bordo, inserisce sul web l’annuncio di viaggio, precisando luogo e ora della partenza, destinazione e numero di sedili disponibili. La maggior parte delle piattaforme di carpooling, poi, danno la possibilità a chi cerca un passaggio di valutare l’affidabilità di chi lo offre, grazie al giudizio di chi ha usufruito del servizio in passato, e permette alle donne che vogliano sentirsi più sicure di scegliere di salire su un’auto tutta al femminile.

I prezzi – assicurano da postoinauto.it sono competitivi rispetto al treno – e soprattutto rispetto alle forme di noleggio improvvisato di pullman da parte di viaggiatori disperati, di cui hanno raccontato i giornali in questi giorni, e pure alle offerte dei tassisti, tra i pochi ad averci guadagnato dal caos di questi giorni.

In più, aggiungiamo noi, con il carpooling si può davvero condividere l’esperienza di viaggio, recuperando una qualche forma di socialità con i compagni di avventura, qualcosa che si vede sempre meno negli asettici scompartimenti del Frecciarossa o a bordo di un volo. Consoliamoci così…

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Google lascia la Cina. Anzi no. / Wired.it

Una mossa a sorpresa che spiazza le autorità cinesi, prolungando un braccio di ferro i cui esiti sono tutt’altro che scontati. Google dirotterà i navigatori cinesi su Google.com.hk, ovvero la pagina ricerca di Hong Kong, offrendo risultati non filtrati, come vorrebbero invece le direttive imposte da Pechino.

Nessuna resa da parte di Google, dunque, che invece alza il livello dello scontro con il regime cinese, pubblicando anche una pagina con lo stato dei propri servizi, così come accessibili – liberamente, parzialmente o affatto – dal territorio cinese.

Ora cosa succederà? Pechino si è già scagliata contro il motore di ricerca: prima della svolta di ieri, quando si profilava un semplice abbandono da parte di Big G, tramite la televisione di stato aveva accusato Mountain View di agire per scopi politici e non per fini commerciali. Con ogni probabilità, ora bloccherà l’accesso a Google in Cina, come già avviene per siti come Facebook e Twitter.

Big G ha comunque dato un segnale di non voler rinunciare tanto facilmente a quella quota di ricerche, pari al 36%, che si era conquistata sul mercato cinese. Un mercato che con i 400 milioni di utenti internet è il più grande al mondo ed ha enormi prospettive di crescita. Un mercato per entrare nel quale Google non aveva esitato a sottostare alle regole imposte dal regime di Pechino, di fatto omettendo dai risultati i riferimenti a movimenti di opposizione o a fatti spiacevoli per il governo. Per tale politica Google in questi anni è stata accusata, nemmeno troppo velatamente, di collaborazionismo con il regime , mentre ora viene da tutti indicata come baluardo della libertà di espressione.

Come sempre la verità sta nel mezzo: Google resta un’azienda e fa i propri interessi. Evidentemente a Mountain View hanno fatto due conti. Lasciar passare come se nulla fosse l’attacco lanciato da territorio cinese alle caselle Gmail di centinaia di attivisti politici e di dipendenti di società occidentali avrebbe significato la perdita di credibilità da parte di chi ogni giorno in tutto il mondo usa i servizi di Google per scopi personali e commerciali. Un prezzo che Big G ha evidentemente giudicato troppo alto.

D’altra parte, limitarsi a lasciare Pechino, di fronte all’indisponibilità delle autorità a rivedere le linee guida riguardo la censura, avrebbe avuto il sapore di una resa. Ecco quindi la carta Hong Kong, una mossa contro cui è probabile che Pechino prenda provvedimenti, bloccando Google. Lo scenario che si profila è quello anticipato nelle scorse settimane da molti analisti con il termine Chininternet, un web cinese chiuso su stesso, che l’uscita di scena di Google, avrebbe reso ancora più blindato.

Tutto come prima, dunque? Non proprio. In questi giorni , alcuni internauti cinesi hanno scritto una lettera aperta in cui dicono la propria e chiedono spiegazioni riguardo le politiche di censura e le posizioni assunte da Google. Un primo piccolo passo di partecipazione politica che avviene, non a caso, attraverso il web.

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