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ECCO COME E’ ANDATA AGLI ALBANESI SBARCATI VENT’ANNI FA

 

da Sette, 17 febbraio 2011

 Bari, 8 agosto 1991. Di fronte al vecchio stadio Della Vittoria è un via vai diautobus. Non c’è nessuna partita, l’impianto è chiuso da tempo. Eppure i pullman scaricano migliaia di uomini, donne e bambini. Sono albanesi sbarcati qualche ora prima dalla nave Vlora. In tutto ventimila persone, portate lì per poi essere rimpatriate. Non tutti però seguiranno questo destino. Qualcuno riesce a fuggire e a costruirsi una nuova vita, qualcun altro – rimandato in Albania – non si arrende e prova a tornare. Altri, inaspettatamente, trovano una nuova famiglia. Vent’anni dopo, abbiamo rintracciato chi a bordo di quella nave è arrivato in Italia. Queste sono le loro storie, intrecciate con quelle di un Paese che fino ad allora l’America l’aveva sempre cercata e che quella mattina di agosto, all’improvviso, si scoprì terra promessa.

ELVIS E ALFO’, AMICI PER LA MOTO  Elvis non era mai stato in uno stadio. Quando ci entrò per la prima volta aveva 9 anni e addosso solo un paio di pantaloncini. Sulla Vlora c’era salito lanciandosi da una gru, per raggiungere il padre e le due sorelle che erano già a bordo. E insieme a loro, una volta sbarcato, viene portato alla vecchia Arena di Bari. I poliziotti di fronte ai bambini chiudono un occhio e permettono a Elvis e ad altri ragazzini di uscire a giocare nel piazzale. E lì, davanti ai cancelli dello stadio della Vittoria, lo sguardo del piccolo si incrocia con quello di Alfonso Gallo, uno dei pochi baresi accorsi a vedere cosa stesse succedendo. “Non parlava italiano ma mi fece capire che cercava una sigaretta. Gli chiesi se voleva salire in moto e andare a mangiare qualcosa” ricorda il signor Gallo, che allora aveva 28 anni ed era padre di una bambina. Elvis capisce al volo: monta in sella e si aggrappa stretto ad Alfonso. In due minuti sono a casa. Una casa vera. Doccia e taglio di capelli, una scorpacciata di frutti di mare, arrivati direttamente dalla pescheria di nonno Vincenzo. Poi tappa in merceria per un completino: maglietta, calzoncini, sandaletti. Due ore passano veloci: bisogna tornare allo stadio. Ma quando il papà di Elvis vede il figlio sorridente e vestito a nuovo prega Alfonso di tenerlo con se’, convinto che la sua vita sarebbe stata migliore. Raccontando di quel dialogo tra padri, fatto più di gesti che di parole, la voce di Alfò si rompe. “Ho sentito le braccia che mi si spezzavano, come potevo dire di no?”. Oggi Elvis vive in provincia di Udine ma parla con lo stesso accento di Antonio Cassano, che ha incrociato più volte nei vicoli di Bari Vecchia. “Nell’azienda agricola dove lavoro gli immigrati mi sfottono e mi chiamano terùn” spiega sghignazzando. “In effetti io Bari la sento proprio la mia città”. E Alfò è il suo secondo padre. “Sono rimasto da lui per anni: ero il cocco di casa, non mi è mai mancato nulla”. I soldi che Alfonso prendeva dai servizi sociali li mandava in Albania, alla famiglia di Elvis. Che alla fine degli anni Novanta riesce a trasferirsi in Italia, in Friuli. Elvis li raggiunge. Ma ogni scusa è buona per tornare da Alfonso e da nonno Vincenzo. E fare una corsa in moto, respirando l’aria di mare. Anche adesso, che si è sposato ed è diventato papà. “So che ho sempre la mia stanza che mi aspetta”.

GAZMIR E UNA VITA ATTACCATA A UNA CIMA“O babbo, ma tu ci racconti le barzellette!” Quando Gazmir ricorda ai suoi due bambini che è arrivato in Italia in mutande, loro reagiscono così. Gazmir non si scoraggia. E spiega, paziente, ai due figlioli, – come li chiama lui, con perfetto intercalare fiorentino – che se vivono in un bella casa a Borgo San Lorenzo è grazie a un tuffo da un gommone. Quello che gli ha permesso di sfuggire ai controlli mentre lo scafo puntava dritto verso le coste pugliesi. “E sono rimasto davvero in mutande, ho perso tutti i vestiti in acqua!”. Ci aveva provato già dieci volte ad arrivare in Italia. Niente da fare: sempre rispedito indietro. Il primo tentativo fu proprio con la Vlora. “Era già lontana dal molo, sono salito a bordo afferrando una cima” racconta Gazmir, che allora aveva 18 anni, era rimasto senza lavoro e non aveva nulla da perdere. A Firenze aveva un fratello che lo aspettava. Invece dal portò finì dritto allo stadio, dove per tre giorni ha dovuto conquistarsi pane e acqua. “ Lanciavano i viveri da una gru. Sotto c’eravamo noi, pronti a tutto pur di agguantare qualcosa”. Tre giorni da incubo, in cui l’unica legge era quella della giungla. Poi il ritorno forzato in Albania. “Ma non mi sono arreso, e nel 1997 sono riuscito ad arrivare in Toscana”. Ora fa l’artigiano edile e aspetta la cittadinanza italiana. “Lo faccio per loro – sorride, indicando i figli – anche se dicono che racconto bischerate”.

LA CORSA DI EVA Racconta Eva che quando a Durazzo si sparse la voce di una nave in partenza per l’Italia, lei stava già correndo per salirci sopra, trascinando per un braccio il marito Meki. “Non scappavo dalla miseria, in fondo la mia era una famiglia fortunata. Anche se io, laureata in economia, non riuscivo a trovare un lavoro”. Ma l’Albania per Eva era diventata una prigione. “Quel regime nessuno osava criticarlo apertamente. Per me scappare era rompere un tabù, manifestare apertamente quell’odio che covavo in silenzio”. L’odore e il rumore di quel viaggio le sono rimasti dentro. Come le è rimasta dentro la solidarietà che si respirava a bordo della Vlora. Tutto cambia una volta arrivati al porto e peggiora dentro lo stadio, quando si scatena la lotta di tutti contro tutti . “E’ come se avessi potuto assistere all’evoluzione umana nell’arco di poche ore: bastarono qualche bottiglietta d’acqua e qualche panino lanciati a casaccio dai poliziotti per trasformarci da compagni uniti nella stessa sorte a nemici in lotta l’uno con l’altro per la sopravvivenza”: Eva e Meki passano una notte a dormire sulla gradinate. “Poi qualcuno disse che c’erano degli agenti che lasciavano passare le donne”. Anche in questo caso è Eva a prendere il marito per il braccio e a trascinarlo fuori. Ora vivono a Bari, lavorano e hanno una splendida bambina di 9 anni. “Lei è la mia vittoria” ripete Eva. Era rimasta incinta pochi mesi dopo il suo arrivo in Italia. Una gravidanza extrauterina. “Mi operarono per salvarmi la vita ma mi chiusero le tube, senza dirmi nulla”. Lo scopre dopo qualche anno ed è uno shock. Con Meki decide di tentare la via dell’inseminazione artificiale per avere un figlio. “Forse pensavano di farmi un favore, impedendomi di averne” dice amareggiata. Basta la voce di Clea a farle tornare il sorriso e la voglia di lottare. “Su quella nave ci salirei mille altre volte. Anzi, sarei pronta a riprenderla anche adesso”.